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Induismo
Fondatore Nessuno in particolare, vedi la Civiltà della valle dell'Indo
Divinità Dei quali Brahma, Shiva, Vishnu e vari avatar di Dei, oltre al Brahman impersonale
Tipologia Enoteismo, Dharmica
Nome dei seguaci e numero degli stessi Induisti, 1.000 milioni
Testo sacro Veda, Itihasa, Purana
Nato in Civiltà della valle dell'Indo
Terra Santa Valle del Gange e città di Allahabad, Haridwar, Varanasi e Vrindavan
Primo paese che ha adottato l'Induismo Bandiera indiana India
Paese con più seguaci Bandiera indiana India
Rami Giavanesimo, Lingayatismo, Saktismo, Sivaismo, Smartismo, Visnuismo
Simbolo Aum
Comunità Società indù, divisa in caste
Edifici religiosi Tempio e monastero indù
Primo tempio indù Nessuno in particolare, vedi la Civiltà della valle dell'Indo
Tempio indù più grande del Mondo Bandiera indiana India

Tempio Akshardham, Nuova Delhi

Clero Brahmana, Guru, Asceta, Monaco
Religioni relazionate Ayyavalismo, Buddismo, Jainismo e Sikhismo

L'Induismo (o, secondo alcuni orientalisti italiani, più correttamente Hindūismo[1]) tradizionalmente denominato Sanatana dharma (sanscrito सनातन धर्म, IAST Sanātana dharma, «Insegnamento eterno»), è una tra le più antiche delle principali religioni del mondo e, con circa 1 miliardo di fedeli, di cui 900 milioni in India[2], è attualmente la terza più praticata, dopo il Cristianesimo e l'Islam.
Dare una definizione unitaria dell'Induismo è difficile, poiché esso – più che una singola religione in senso stretto – si può considerare una serie di correnti religiose, devozionali e/o metafisiche e/o filosofico-speculative eterogenee, aventi sì un comune nucleo di valori e credenze, ma differenti tra loro a seconda del modo in cui interpretano la tradizione, e a seconda di quale aspetto diviene oggetto di focalizzazione per le singole correnti.

Indice

[mostra]

Origine del termine e definizione dell'Induismo

Il termine italiano «induismo», così come tutti i termini correlati al subcontinente indiano con cui condivide la radice, si fa derivare dall'antica parola utilizzata, fin dall'epoca Achemenide, per indicare il fiume Indo. Inizialmente il termine Hindū, prettamente geografico, non faceva quindi alcun riferimento a un sistema di credenze religiose: l'allargamento del suo significato ebbe origine all'epoca della diffusione del cristianesimo per designare gli indiani non convertiti, ovvero coloro che abitavano al di là del fiume Indo, nei territori ancora non sottomessi all'Islam.

Un uomo esegue abluzioni nel Gange a Varanasi (Benares), India.

Dopo la colonizzazione britannica, il termine inglese Hinduism fu impiegato per indicare un insieme variabile di fatti religiosi e tradotto nelle principali lingue europee.

Nel 1966 la Corte suprema dell'India ha definito il quadro dell'induismo sui seguenti principi:

  1. l'accettazione rispettosa dei Veda come la più alta autorità riguardo agli argomenti religiosi e filosofici, e l'accettazione rispettosa dei Veda da parte dei pensatori e filosofi induisti come base unica della filosofia induista;
  2. lo spirito di tolleranza e di buona volontà per comprendere e apprezzare il punto di vista dell'avversario, basato sulla rivelazione che la verità possiede molteplici apparenze;
  3. l'accettazione, da parte di ciascuno dei sei sistemi di filosofia induista, di un ritmo dell'esistenza cosmica che conosce periodi di creazione, di conservazione e di distruzione, periodi, o Yuga che si succedono senza fine;
  4. l'accettazione da parte di tutti i sistemi filosofici induisti della fede nella rinascita e preesistenza degli esseri.
  5. il riconoscimento del fatto che i mezzi o i modi di raggiungere la salvezza sono molteplici;
  6. la comprensione della verità che, per quanto grande possa essere il numero delle divinità da adorare, si può essere induisti e non credere che sia necessario adorare le murti (rappresentazioni) delle divinità;
  7. a differenza di altre religioni o fedi, la religione induista non è legata a un insieme definito di concetti filosofici.

L'induismo, tradizionalmente denominato "Insegnamento eterno" in quanto non proveniente dall'esperienza umana, è peraltro più un modo di vivere, di pensare e di organizzare la stessa società in modo religioso, che una religione organizzata. Il riferimento tana Dharma indica che un "induista" è colui che crede alle credenze religiose riportate nei Veda (devanāgarī वेद, "sapere", "conoscere" riferito al sacro)[3]. I Veda sono tra le scritture religiose più antiche del mondo e il loro insegnamento complessivo indica nella natura dell'uomo una realtà sacra. Il divino è presente in ogni essere vivente. La religione induista è dunque una ricerca e una conoscenza di sé, una ricerca del sacro presente in ogni individualità.

Tuttavia va riconosciuto il carattere profondamente etnico di questa fede religiosa. Tale base etnica è inequivocabilmente dimostrata dal fatto che presso i principali santuari dell'induismo [4], appartenenti a differenti darśana, possono avere ingresso solo gli indiani appartenenti ad un varṇa, a prescindere dalla loro fede religiosa, e non i non-indiani, anche se professanti una fede induista.

Il più tardo Vedānta riconosce che ci sono molti approcci diversi a Dio, e tutti sono validi. Non importa quale genere di pratica spirituale si conduca, poiché ognuna conduce al medesimo stato di realizzazione del Sé. Così i Vedānta insegnano il rispetto di tutte le credenze e si distinguono dalla maggior parte delle altre fedi maggiori per il loro forte incoraggiamento alla tolleranza verso questi diversi sistemi di fede.

In sanscrito, il termine Sindhu indica in senso generale una distesa d'acqua (un mare, o un lago), ed in particolare il fiume Indo. Gli Arya chiamavano il proprio territorio Sapta Sindhu, la terra dei sette fiumi (tra i quali appunto l'Indo), con un'espressione attestata numerose volte nel Rig-veda. Il suono /s/ (iniziale e intervocalico) in persiano antico diventa /h/, e così nell'Avesta Sapta Sindhu diventa Hapta Hindhu. La regione a est del fiume Indo diventa così l'Hindustan, e i suoi abitanti sono chiamati "hindu" (indù) dai Persiani e, più tardi, da Greci e Romani. L'utilizzo del termine hindu nell'accezione di "abitanti dell'India", probabilmente per influenza iranica, è attestato in alcuni testi medioevali in sanscrito, quali Bhavishya Purâna, Kâlikâ Purâna, Merutantra, Râmakosha, Hemantakavikosha ed Adbhutarûpakosha.

L'induismo è definito anche "arya dharma", la religione degli Arya (e quindi nobile) e "Vaidika Dharma", la religione dei Veda.

La tradizione induista

Dare una definizione veritiera di induismo sembra un'impresa azzardata, tanto il concetto è complesso e multiforme. È dunque preferibile passare in rassegna l'induismo attraverso le sue idee e le sue pratiche. L'induismo esiste attualmente su due piani differenti, il primo basato puramente sulla fede e il secondo basato sulla filosofia, anche se spesso i due piani si incrociano.

Approfondimento

Si può tracciare un parallelo interessante tra la trinità cristiana e le tre divinità principali del Pantheon induista, che prendono il nome di Trimurti: Brahma, Vishnu e Shiva. Sono i tre aspetti fondamentali del Divino, così come l'onda e il fotone sono due aspetti della luce. Brahma rappresenta il creatore, Vishnu il conservatore e Shiva il distruttore all'interno del ciclo dell'esistenza. Spesso la Trimurti è venerata come un'unica deità, così come nella tradizione cristiana si parla di Dio "Uno e Trino" al tempo stesso.

  • Il piano filosofico:
Si contano tradizionalmente sei antiche astika o scuole di filosofia ortodosse (ortodosse perché accettano l'autorità dei Veda), dette Darshana o Shad Dharshana (le Sei Darshana): Nyaya, Vaisheshika, Samkhya, Yoga, Purva Mimamsa (o semplicemente Mimamsa) e Uttara Mimamsa (o Vedānta). Le nastika, o scuole non ortodosse, che non sono qui trattate, sono il giainismo, il buddhismo, il chārvāka, e l'ateismo antico classico dell'India che confuta l'esistenza dell'anima o Ātman.
  • Il piano della fede:
Contrariamente all'opinione popolare, il vero induismo non è né politeistamonoteista, ma è propriamente una religione enoteista. Le diverse divinità e avatara adorati dagli indù sono considerati come diverse forme dell'Uno, il Dio Supremo, o Brahman, che egli adotta per rendersi accessibile all'uomo ( attenzione a non confondere Brahman, l'Essere Supremo e fonte ultima di ogni energia divina, con Brahma, il creatore del nostro universo particolare).

[senza fonte] Il Brahmanesimo, che è la forma moderna della religione vedica si divide in rami, essi stessi divisi in varie correnti:

Ciascuno di questi culti si pratica con i medesimi mezzi filosofici o di yoga, sono solo i loro metodi che differiscono. Questi culti non devono essere considerati come delle "chiese", perché non esiste alcun dogma, e perché le credenze individuali sono sempre rispettate. La maggior parte degli indù si considera non appartenente a nessuna "setta" in particolare. Ci sono altresì numerose organizzazioni riformatrici, come l'Arya Samaj ("Società degli Arya") che adottano il monoteismo e la fede nei Veda, ma respingono l'idolatria.

I Vaishnava, che costituiscono approssimativamente l'80% degli indù di oggi, adorano uno dei tre più recenti avatar - o incarnazioni terrestri - di Vishnu come divinità principale. Il settimo avatar di Vishnu è Rama, l'ottavo è Krishna, e il nono cambia secondo le fonti: è identificato con Buddha nella grande maggioranza delle scuole, ma anche, più raramente e meno seriamente, con Gesù Cristo. L'integrazione di Buddha nel pantheon indù è comparsa tardi, probabilmente nell'VIII secolo; questo procedimento - in fin dei conti abbastanza ardito - è l'espressione della controriforma brahmanica al Buddhismo, iniziata nel II secolo a.C. Alcuni riconoscono tutti i personaggi menzionati come veri avatar, aumentando così il numero tradizionale di dieci avatar (incluso Kalki, che apparirà alla fine dell'era presente, il Kali Yuga) fino a 27.

La maggior parte degli indù restanti (il 20% del totale) sono Shivaiti; il resto si consacra a Shakti, o Ishvari, una delle cui forme è la dea Kali, una divinità benefica e terrifica al tempo stesso. Tuttavia, solitamente, il credente induista possiede nella propria dimora le rappresentazioni (murti) di molte di queste (ed altre) forme di Dio (Īśvara).

Credenze e pratiche comuni all'induismo

Benché l'induismo sia il nome comune di un insieme di culti diversi, ogni indù condivide un nucleo di valori comuni. La somma di questi valori identifica il credente indù.

Credenze di base e culto

Nella estrema varietà dell'induismo si trovano dei valori comuni a tutti i credenti, ovvero:

La trasmigrazione dell'anima è regolata dal Karma: la filosofia del Karma è basata sulle azioni compiute dal soggetto, che resteranno impresse sulla sua anima (Ātman) dell'essere individuale (jīva), attraverso un ciclo di nascita e morte fino alla liberazione definitiva (mokṣa)

La teoria secondo la quale ci si possa convertire all'Induismo è contestabile. Infatti l'Induismo non è una fede evangelica come il Cristianesimo o l'Islam essendo totalmente assente dagli scritti induisti il momento della conversione religiosa, per uno straniero l'essere o meno indù dipende dalla sua accettazione come parte della comunità induista. L'Induismo, infatti, riconosce come egualmente validi numerosi cammini spirituali.

Peculiare è anche il fatto che, benché la mitologia indiana riconosca l'esistenza di esseri demoniaci (asura o rakshasa), opposti ai deva, la filosofia indiana non crede all'esistenza di un Diavolo, causa di tutto il male.

AUM, il suono primordiale

Om, il più importante simbolo religioso dell'induismo.

Aum, solitamente translitterato in Om (ॐ), è il simbolo più sacro dell'Induismo, il suono primordiale, sintesi di ogni preghiera, rituale o formula sacra. È un segno carico di un messaggio simbolico profondo: è considerato come la vibrazione divina primitiva (Pranava) da cui ha avuto origine l'universo manifesto; rappresenta quindi la base metafisica di tutte le esistenze, l'abbraccio e fusione di tutta la natura nella Verità Ultima.

Viene utilizzato come prefisso (e talvolta come suffisso) nei mantra, e in quasi tutte le preghiere della tradizione induista.

Il Dio multi-forme ed il Dio "senza forme"

Secondo alcuni non è corretto parlare di "Dio" in un contesto induista. Questo può essere vero solo in seguito ad un'analisi superficiale, poiché tale termine, nella cultura indù, può riferirsi tanto alla totalità del Divino quanto ai Suoi singoli aspetti: ad esempio, l'aspetto personale o quello impersonale, l'aspetto creativo o quello distruttivo, l'aspetto femminile o quello maschile, l'aspetto dolce o quello austero, l'aspetto trascendente o quello immanente, e così via.

Questa tendenza a racchiudere in simbologie aspetti tra loro opposti e complementari spiega l'apparente contraddizione tra le varie forme di Dio venerate nell'Induismo. Ciò si riflette nel sistema delle murti (raffigurazioni di Dio o dei Suoi aspetti): per fare alcuni esempi, Devi (ossia l'aspetto materno/femminile di Dio), a seconda dell'aspetto che si vuole considerare, viene chiamata Kali (aspetto terrifico della Madre Divina che, per amore del devoto, distrugge i demoni) oppure Bhavani (aspetto creativo della Madre Divina, lett. "Colei che dà la vita"); e, allo stesso modo, Shiva (l'aspetto paterno/maschile di Dio) viene chiamato a seconda dei casi Hara (lett. Distruttore) o Shankara (lett. Benefico).

I Veda descrivono il Brahman (/brəh mən/) come la Realtà Ultima, l'Anima Assoluta ed Universale. Il Brahman, un panteistico Spirito Cosmico, è indescrivibile, incorporeo, originale, infinito, assoluto, trascendente ed immanente, eterno. È il principio ultimo che non ha avuto inizio, non ha una fine, è nascosto in tutte le cose ed è la causa, la fonte, la materia e l'effetto di tutta la creazione conosciuta e sconosciuta. Esso è l'origine di tutti i Deva (esseri celesti), e rappresenta la base del manifesto e dell'immanifesto, uno stato indifferenziato di puro essere, eternità e beatitudine, situato al di là di qualsiasi speculazione filosofica o moto devozionale.

Solitamente, con "Dio" in un contesto induista ci si riferisce al Dio-persona (generalmente chiamato Īśvara, che significa "il Signore Supremo"), o il Dio con una Sua individualità, con degli attributi, con Nomi e Forme (in sanscrito, nama-rupa), il Dio dotato di tutti i poteri, al tempo stesso immanente e trascendente, il Dio che per amore dell'uomo si incarna ed impartisce gli insegnamenti necessari per ottenere la realizzazione spirituale. Ishvara (nelle sue innumerevoli forme e nomi) costituisce l'aspetto supremo di Dio presso i principali culti devozionali (Bhakti o Bhakti Yoga) monoteisti, ovvero Shivaismo (monoteismo di Shiva), Vaishnavismo (monoteismo di Vishnu / Krishna) e Shaktismo (monoteismo di Devi, la Madre Divina, chiamata anche Shakti). È importante sottolineare, tuttavia, che nessuno di questi culti nega l'esistenza o la validità delle altre forme/nomi divini; ciò che varia in ognuno di essi è soltanto l'aspetto peculiare (di Dio) su cui ci si vuole focalizzare, per farne oggetto di devozione.

Secondo la scuola di pensiero del Vedānta, in particolare secondo la filosofia Advaita (filosofia della non dualità), esiste un substrato metafisico di tutto ciò che esiste - su tutti i piani, grossolano, sottile e causale - un vero e proprio supporto situato al di là di ogni individualità, sia che essa riguardi l'anima individuale (detta Jīva) o quella universale (Ishvara, o Dio-persona). Questo substrato si trova oltre il mondo dei nomi e delle forme, ed è appunto il Brahman.

Il ciclo della vita

Come ogni religione, l'induismo ha fondato la sua fede su un rituale funebre particolare e su una originale concezione della morte. L'induista crede nella reincarnazione e nella vita dopo la morte, dal momento che il corpo è considerato un mero involucro materiale temporaneo (samsara). Quando giunge il momento di lasciare la vita, l'anima o Ātman abbandona il corpo. Se ha accumulato karma attraverso troppe azioni negative, l'anima si incarna in un nuovo corpo su un pianeta come la terra o inferiore, come l'inferno (Naraka), per subire il peso delle sue malvagie azioni. Se il suo karma è positivo, vivrà come un essere divino, o deva, su uno dei mondi celesti (superiori alla terra, come il paradiso o Svarga) nei quali sperimenterà grandi piaceri spirituali, fino al momento in cui il suo karma positivo non sarà esaurito; allora l'anima ritornerà in un altro corpo sulla terra, facendo parte di una casta (o classe sociale) spiritualmente elevata. Questo ciclo è chiamato Saṃsāra. Quando il karma viene completamente assolto, l'anima abbandona definitivamente il mondo fisico (fatto di sofferenza, poiché soggetto a malattia, vecchiaia e morte) e può infine raggiungere la liberazione, Moksha, ovvero l'unione con Dio. Ma per realizzare questo obiettivo e spezzare il ciclo perpetuo di morte e rinascita, l'indù deve vivere in maniera che il suo karma non sia né negativo né positivo, ovvero agendo solo per dovere (Dharma), senza scopi egoistici, ed offrendo a Dio il frutto delle proprie azioni, così come prescrive la Bhagavad Gita; quest'ultima insegna vari metodi, detti Yoga, tramite cui giungere a questo risultato, lasciando all'individuo la scelta del metodo che gli si addice di più, secondo le diverse scuole di filosofia indiana. Oggi, il credente indù, dal momento che vive in un'epoca estremamente materialista, chiamata Kali Yuga (lett. era delle tenebre, l'era attuale, caratterizzata da una diffusa ignoranza spirituale), preferisce scegliere sentieri spirituali semplici ed efficaci, come ad esempio quello del Bhakti Yoga (la via della devozione) o del Karma Yoga.

I quattro stadi della vita

Secondo la tradizione vedica, l'uomo deve attraversare quattro stadi della vita o ashram (l'altro significato di questa parola designa un eremo di sannyasi). Questi quattro periodi della vita sono:

  1. Il brâhmâcârya: il giovane, sotto la guida del suo maestro o guru, osserva un periodo di castità e di formazione, tanto profana quanto spirituale, durante la quale svilupperà il suo sapere e la sua virtù.
  2. Il grihastha: il giovane, divenuto adulto, entra nella vita mondana, si sposa e fonda una famiglia, che è anche un dovere religioso. Durante questo periodo, ha il diritto di godere della vita, contemporaneamente imparando ad avere dominio di sé.
  3. Il vânaprasthya: dopo aver compiuto il suo dovere sociale, lascia la sua famiglia, a cui ha lasciato mezzi di sussistenza, e va a vivere un periodo di studio delle scritture sacre nel "soggiorno nella foresta", praticandovi la meditazione e il digiuno.
  4. Il samnyâsa: ormai anziano, raggiunge lo stato di rinuncia, disinteressandosi dei beni materiali, e diviene un sannyasi. Distaccato dal mondo, può ritornare tra i suoi poiché non teme più le tentazioni materiali e potrà far partecipi coloro che lo circondano della sua esperienza e del suo sapere.

I quattro scopi della vita

In parallelo ai quattro periodi della vita indù, l'induismo ritiene che esistano quattro scopi all'esistenza o purushārtha. Poiché i desideri umani sono naturali, ciascuno di questi scopi serve a perfezionare la conoscenza dell'uomo dal momento che, tramite il risveglio dei sensi e la sua partecipazione al mondo, ne scopre i princìpi. Ciò nonostante, l'indù deve guardarsi dall'essere affascinato da questi scopi, sotto la pena di errare senza fine nel ciclo del Saṃsāra. Gli scopi sono:

  1. Artha o la ricchezza: l'uomo deve partecipare alla società creandosi un patrimonio e delle relazioni che saranno il frutto del suo lavoro. Deve fare attenzione però a non farsi ingannare dal fascino di una vita agiata, la quale deve venire usata per trarne un insegnamento. Il periodo del Grihastha è propizio al perseguimento di questo fine.
  2. Kâma o il piacere: il piacere non è percepito come un male, anzi è un dono della divinità. Nella mitologia induista, il dio Amore, Kāma, è la sorgente della creazione. Il Kama Sutra espone i mezzi per esaltare i sensi e far fiorire la vita di coppia. Grazie ai piaceri, il campo della conoscenza si allarga e l'atto amoroso ne è il culmine, in cui l'uomo e la donna non si distinguono più, ma formano un tutt'uno che ricrea l'unità divina. Il piacere deve essere diretto allo scopo di conoscere e non deve diventare uno stile di vita che condurrebbe a commettere degli atti immorali o contro il dharma.
  3. Dharma o il dovere: il dharma deve dirigere tutti i quattro periodi della vita. Il dovere permette all'uomo di proseguire la propria vita sul retto cammino, conformandosi al diritto e alla morale che sono trascritti nel Dharma Sūtra o nel Manu-Samhitā detto anche Legge di Manu.
  4. Moksha o la liberazione: durante i due ultimi periodi della vita dell'indù, questo ricerca Moksha. Si tratta in realtà dello scopo ultimo della vita, che può essere raggiunto attraverso mezzi differenti, come ad esempio il Bhakti Yoga.

La svastikā, più conosciuta con il nome di croce uncinata, è il simbolo stesso dei quattro periodi e scopi della vita. Questo segno, di origine molto antica, si ritrova in molte civiltà e simboleggia la rivoluzione del sole e le forze cosmiche. I quattro bracci simboleggiano gli oggetti e le stagioni della vita che convergono verso il medesimo centro, chiamato bindu. Questo punto centrale, che rappresenta l'etere, il quinto elemento, si irradia sugli altri quattro, così come sui punti cardinali, sugli scopi e sulle stagioni della vita umana. Comprendere questo simbolo e meditarvi permette di realizzare l'unità dell'universo e di Dio.

La vita sociale-Le quattro classi della società

La società indù è tradizionalmente divisa in quattro grandi classi o caste, basati sulle professioni e sul guna da cui sono influenzati:

  • Brahmana, sacerdoti ed insegnanti (Sattva guna)
  • Kshatrya, re, guerrieri ed amministratori (Rajas)
  • Vaishya, agricoltori, mercanti, uomini d'affari (Rajas e Tamas)
  • Shudra, servitori ed operai (Tamas)

Queste classi sono chiamate varna, ed il sistema sociale è il Varna Vyavastha

Un devoto di Shiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.

In India si ritiene che la società sia organizzata secondo l'equilibrio del dharma. Questa organizzazione permette l'armonizzazione dei rapporti tra gli uomini e la definizione dei doveri che spettano loro. Questa preoccupazione per l'equilibrio ha un'origine dottrinale, perché essa corrisponde, di fatto, al simbolismo dei Guna, o qualità/sapori. Ai tre Guna corrispondono i tre colori che sono ciascuno associato ad una casta.

All'origine, l'indù non nasce in una casta: acquisterà la sua casta in funzione del ruolo e delle responsabilità che sarà condotto a ricoprire. Molti testi mitologici denunciano l'usurpazione del titolo di brahmino da parte di certi personaggi che, sotto la copertura della nascita, approfittano di uno status importante senza compiere i propri doveri.

Non è chiaro se il sistema delle caste sia o meno parte integrante dell'induismo: i testi Shruti ne fanno raramente menzione, il sistema è invece regolato dai testi Smriti. In precedenza, il sistema era basato esclusivamente sulla professione, e vi sono decine di esempi di matrimoni tra differenti varna e di cambi di professione. Più tardi (sembra intorno al 900 a.C., ma gli storici avanzano differenti ipotesi), invece, il sistema diventò rigido e basato sullo status acquisito per nascita. Successivamente, con lo sviluppo di numerose sotto-caste e di una casta di intoccabili (Dalit) al di fuori del Varna Vyavastha, è nato il sistema delle caste così come lo conosciamo oggi. In seguito alle invasioni e alla colonizzazione britannica, la regola si è fatta ancora più stretta a vantaggio delle caste superiori, relegando i shudra alla posizione di dominati. Dopo l'indipendenza del 1947, anche grazie all'opera di Gandhi, vengono emanate molte leggi per sradicare il sistema delle caste, ma ancora oggi esistono diversi pregiudizi, soprattutto nei confronti degli "intoccabili".

I Templi

I templi indiani (i Mandir) hanno ereditato dei riti e delle tradizioni antiche e molto elaborate, ed occupano uno spazio speciale all'interno della società indiana. Normalmente sono dedicati ad una divinità principale e a delle divinità subalterne, associate alla divinità principale. Alcuni templi sono tuttavia dedicati a divinità multiple. Quasi tutti i templi maggiori sono costruiti in accordo con gli agama shastra, e sono meta di pellegrinaggio.

Per molti induisti, i quattro Shankaracharya (i responsabili dei monasteri di Badrinath, Puri, Sringeri e Dwarka - quattro tra i monasteri più sacri- e per alcuni anche un quinto, quello di Kanchi) sono considerati come i principali "patriarchi" dell'induismo.

Il tempio è un luogo per ricevere il darshan (la visione della divinità), per la puja, per la meditazione e per altre attività religiose. La puja, o adorazione, è generalmente rivolta ad una murti (statua o icona nella quale si invoca la presenza divina), congiuntamente a canti e preghiere sotto forma di mantra. L'adorazione delle murti è fatta quotidianamente all'interno dei templi, e fa parte integrante della bhakti. La maggior parte delle case indù ha una stanza o uno spazio consacrato per l'adorazione quotidiana e la meditazione religiosa.

La non-violenza e la dieta vegetariana

Krishna insieme a Radha e una vacca [1]

Ahimsâ è un concetto che raccomanda la non-violenza e il rispetto per tutte le forme di vita. [5]Il termine ahimsâ compare per la prima volta nelle Upaniṣad e nel Raja Yogurt, è la prima delle cinque yama, o voti eretici , le restrizioni dello Yogurt.

Molti induisti praticano il vegetarianemisonimesimo come una forma di rispetto per ogni forma di vita senziente. Esso inoltre è raccomandato per le sue virtù purificatrici (sattva) come un modus vivendi sano e igienico. Il 40% della popolazione indiana (ed il 55% dei brahmana) adotta una dieta vegetariana, soprattutto nel Rajasthan (63%), Haryana (62%), Punjab (48%)[6]. Questa dieta è basata principalmente su latte e vegetali; qualcuno evita anche l'aglio e la cipolla poiché si crede abbiano proprietà rajasiche, vale a dire passionali.[7]

Gli induisti che mangiano la carne per lo più si astengono dal consumo di carne bovina e dall'utilizzo di prodotti come il cuoio. La maggior parte degli indù considera infatti la cuccagna come il miglior esempio della benevolenza degli animali e, poiché è l'animale più apprezzato per il latte, è riverito e rispettato come una madre. Di conseguenza nella maggior parte delle città sante indiane è vietata la vendita di carne di mucca (spesso di qualsiasi tipo di carne) ed esistono divieti sull'abbattimento delle mucche in quasi tutti gli Stati dell'India. La pratica di sacrificare delle capre o altri animali nei templi della Dea madre è scomparsa a causa delle critiche.

La religione vedica: le origini dell'Induismo

Restano pochissime informazioni sull'Induismo primitivo. I documenti più antichi conosciuti sono i Veda, che si ritiene siano stati codificati nella loro forma attuale secoli prima delle prime versioni scritte note e trasmessi con esattezza per tradizione orale. I testi più antichi sono scritti in una variante arcaica di sanscrito, e presentano delle somiglianze con i testi dello Zoroastrismo. Di fatto, il sanscrito e l'avestico, la lingua dello Zoroastrismo, sono lingue molto vicine. L'età dei Veda e l'origine dei loro autori sono dei soggetti controversi, sebbene appaia chiaro che la religione vedica avesse tratti molto arcaici, strettamente connessi con l'arcaica società indoeuropea.

Le scritture sacre

Le scritture sacre dell'India antica si classificano in tre categorie: i Veda, le scritture della religione vedica, da cui deriva l'induismo moderno, le scritture induiste post-vediche, e le scritture dei movimenti dissidenti come il jainismo ed il buddhismo. Questi ultimi testi costituiscono una reazione ai Veda, ma vi restano fortemente legati in termini di insegnamenti e di concezione generale della vita. Qui verranno esaminate solo le prime due categorie.

La Shruti: I Veda

I Veda sono considerati i testi religiosi più antichi del mondo, e vengono definiti in sascrito "Śruti" o "Shruti" (ciò che è stato ascoltato/rivelato). Si dice infatti che siano stati rivelati dallo Spirito Supremo (Brahman) o da Dio ai rishi, durante uno stato di meditazione profonda. I Veda sono stati tradizionalmente trasmessi oralmente da padre in figlio, da maestro (guru) a discepolo. Successivamente vennero trascritti da un saggio chiamato Vyāsa o Vyāsadeva, il compilatore. Sulla base di vari indizi e riferimenti interni ed esterni ai testi, i ricercatori hanno avanzato ipotesi molto diverse sulla datazione dei Veda, dal 5000 al 1500 a.C.

Una pagina del Rig Veda

Secondo la visione induista tradizionale, i Veda sono senza inizio né fine, e le verità in essi contenute sono eterne, e non sono creazioni umane, a differenza degli insegnamenti di Buddhismo e Giainismo.

La tradizione vuole che i Veda siano stati suddivisi in quattro parti dal grande rishi di nome Vyasa, ovvero Rig Veda, Yajur Veda, Sama Veda e Atharva Veda.

Il Rig-Veda contiene dei mantra per invocare i deva per il rito del sacrificio del fuoco (Yajña); il Sama-Veda contiene dei canti per lo stesso sacrificio; lo Yajur-Veda contiene delle istruzioni per la celebrazione di riti; l'Atharva-Veda comprende dei carmi filosofici e semi-magici (contro i nemici, le malattie, e gli errori commessi durante i riti).

Ciascuno è diviso in quattro sezioni:

  • Samhitâ: mantra e inni
  • Brâhmana: testi liturgici e rituali
  • Âranyaka: la sezione teologica
  • Upaniṣad: la sezione speculativa

I Veda sono testi pieni di misticismo e di allegorie. Molte scuole filosofiche come l'Advaitismo incoraggiano ad interpretarli filosoficamente e metaforicamente, ma a non prenderli troppo alla lettera. Il suono dei mantra è considerato purificante, e per tale motivo c'è un'attenzione rigorosa per l'erudizione e la pronuncia corretta.

La religione vedica, in particolare durante il suo periodo arcaico, era differente dall'induismo attuale per numerosi aspetti, tra i quali, ad esempio, il riferirsi alle donne come autorità religiose (con l'esistenza di donne rishi), l'apparente mancanza della credenza nella reincarnazione, ed un pantheon differente (con Indra a capo degli Dei).

La Smriti: Le scritture post-vediche

I testi sacri più recenti dell'induismo sono denominati "Smṛiti" o "Smriti" (ciò che è ricordato, memoria, tradizione).

Mentre la letteratura "Shruti" è scritta in sanscrito vedico, la Smriti è scritta in sanscrito classico, più semplice e comprensibile, o in prâkrit, la "lingua comune". Maggiormente accessibile a tutti, la letteratura Smriti ha conosciuto una grande popolarità all'interno di tutta la società indiana sin dalle origini. Anche oggi la maggior parte del mondo induista ha più familiarità con la Smriti, divulgata anche attraverso telefilm, film, rappresentazioni, balletti, dipinti, sculture, racconti, ed altre forme artistiche, a differenza di una Shruti divenuta di esclusiva pertinenza dei brahmana. La Smriti, con le sue storie di re, eroi e Dei, corrisponde dunque alla letteratura popolare, ed assolve ad una funzione didattica e divulgativa, malgrado, in caso di apparente contraddizione, la Shruti venga riconosciuta come prioritaria.

La letteratura Smriti comprende:

Anche i Dharmashâstra (Libri della legge) fanno parte della Smriti.

La filosofia dell'induismo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Vedānta, Advaita vedānta, Yoga e Darshana.

Peculiare dell'induismo è il suo intimo legame con la filosofia e con la scienza in generale (sia scienze sociali che fisiche). Contrariamente all'Occidente, in cui infatti numerosi furono i conflitti ed i punti di attrito tra Scienza e Religione, l'induismo accetta e digerisce ogni nuova scoperta, inglobandola nel proprio sistema filosofico.

In un testo di mitologia sono così presenti informazioni di teologia, astronomia, filosofia e molto altro ancora: leggere un Purāṇa (ad es. il Bhāgavata Purāṇa) è prima di tutto leggere un'enciclopedia.

Gli studiosi distinguono due filoni filosofici principali: le filosofie astika, che riconoscono l'autorità dei Veda (ossia le sei darshana: Samkhya, Nyaya, Vaisheshika, Purva Mimamsa, Yoga e Vedānta), e le filosofie nastika, che invece li respingono (Giainismo, Buddhismo, Chārvāka ed Ateismo).

Purva-Mimamsa

L'obiettivo principale della scuola del Purva Mimamsa è quello di stabilire con forza l'autorità dei Veda. Il contributo più rilevante della scuola, di conseguenza, è quello di avere formulato delle regole d'interpretazione dei Veda. I suoi aderenti hanno creduto fermamente che la vera conoscenza fosse provata con evidenza, ed hanno cercato di scoprire la base del ritualismo vedico attraverso la ragione. La Mimansa forma la base del ritualismo nell'induismo contemporaneo, che appare spesso affatto politeista.

Yoga

Nell'induismo lo Yoga è una disciplina sia fisica che psicologica che spirituale. La parola yoga significa unione, ed è generalmente interpretata come l'unione con Dio,con l'assoluto, l'integrazione tra corpo, spirito e anima, ma il significato letterale è "unione tramite soggiogamento", in quanto la radice sanscrita yug indica il "soggiogare", per cui viene anche interpretato come l'unione dovuta allo spirito che soggioga la materia, ovvero il corpo, la manifestazione materiale.

Statua di uno yogi in Padmasana, la posizione del loto

Scopo dello yoga è il Mokṣa, la liberazione dal (samsara), la ruota eterna delle rinascite, e quindi dalla reincarnazione stessa, come conseguenza dell'annullamento del (karma) accumulato in vita. La liberazione, a sua volta, è conseguenza diretta del raggiungimento del samadhi assoluto (senza seme, senza oggetto), ovvero l'ultimo passo di tutto il cammino dello yoga. Lo yoga cerca di raggiungere la liberazione attraverso il distacco dello spirito (purusa) dalla natura materiale (prakŗti), ovvero attraverso la liberazione dello spirito dall'inganno di identificarsi con la manifestazione materiale, considerata la causa prima di tutte le sofferenze umane è infatti proprio l'ignoranza, da leggersi come ignoranza ontologica, chiamata (avidya). Gli strumenti messi a disposizione, secondo la codifica di (Patanjali) contenuta nello (Yoga Sutra), il più antico trattato scritto di yoga, sono la meditazione, gli esercizi fisici e respiratòri e spirituali. In tutto vengono elencati otto passi della disciplina, che pende il nome di (astanga yoga) (yoga in otto parti): (yama) e (niyama), le pratiche etiche(asana), le posture fisiche (pranayama), la scienza del respiro e dell'energia (prana), (pratyahara) ovvero il ritiro dei sensi, che compongono lo yoga cosiddetto esterno, e poi le tre membra dello yoga interno (antar yoga), ovvero (dharana) il mantenimento della concentrazione, (dhyana) la meditazione, e il (samadhi), la beatitudine (ananda) che può differenziarsi in 'con seme', ovvero in cui c'e' ancora una traccia di manifestazione materiale nella coscienza, o 'senza seme', dove lo stato di beatitudine è assoluto, perché il tutto è oggetto stesso e insieme soggetto del momento meditativo.

Uttara-Mimamsa o Vedānta

La scuola dell'Uttara-Mimamsa (sanscrito "Uttara", posteriore), chiamata anche Vedānta, è probabilmente il pilastro centrale dll'induismo, ed è stata certamente responsabile di un nuovo insegnamento filosofico e meditativo, del rinnovamento e della rinascita dell'induismo e della filosofia indiana. Esistono sei sotto-scuole del vedānta, la più celebre delle quali è l'Advaita vedānta fondata da Adi Shankara. I Vaishnava, adoratori di Krishna, seguono un'altra scuola del vedānta, l'"Acintya Bhedabheda", fondata da Caitanya Mahaprabhu, in forte disaccordo con l'Advaita Vedānta.

L'induismo nel mondo

Diffusione dell'Induismo nel mondo

L'India, Mauritius ed il Nepal sono nazioni a maggioranza induista. Il Nepal fino all'avvento della repubblica è stata l'unica nazione in cui l'induismo era la religione ufficiale.

L'Asia del Sud Est è diventata in larga parte induista dopo il III secolo, e fece parte dell'Impero Chola intorno all'XI secolo. Quest'influenza ha lasciato numerose tracce architettoniche, come la famosa città-tempio di Angkor Vat o tracce culturali come le danze del Bharata Natyam e del Kathakali. L'isola di Bali è a maggioranza induista, nel mezzo dell'arcipelago indonesiano, a maggioranza islamica. La stessa Indonesia ha conservato come proprio simbolo nazionale Garuda, il gigantesco uccello che trasporta Vishnu.

Si trovano altresì minoranze induiste in molti paesi: Bangladesh (11 milioni), Myanmar (2,1 milioni), Sri Lanka (2,5 milioni), Stati Uniti (1,7 milioni), Pakistan (1,3 milioni), Sud Africa (1,2 milioni), Gran Bretagna (1,2 milioni), Malesia (1,1 milioni), Canada (0,7 milioni), Fiji (0,5 milioni), Trinidad e Tobago (0,5 milioni), Italia (0,5 milioni) - cfr. Induismo in Italia -, Guyana (0,4 milioni), Paesi Bassi (0,4 milioni) e Suriname (0,2 milioni).

Personalità legate all'Induismo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Santi indù.

(in ordine alfabetico)

Note

  1. ^ Sulla grafia da ritenere corretta in italiano per questo termine sono recentemente intervenuti i più autorevoli studiosi italiani della materia. In Hinduismo, edito nel 2007 dalla Editori Laterza (Bari), i professori Giovanni Filoramo, Mario Piantelli, Stefano Piano e Carlo della Casa hanno adottato la grafia Hindūismo. In particolar modo, Mario Piantelli ha espresso dure critiche ad alcuni lessicografi, lamentando l'assenza dell'h aspirata nel termine comune italiano. Così Mario Piantelli a pag.6 e 7 della predetta opera: «La stessa cosa è successa da noi, dove è purtroppo invalso, con l'improvvido avallo dei lessicografi, l'idiotismo Indù - tra l'altro immotivatamente tronco, tanto da far rima con il ridicolo zulù (per zùlu...) L'aspirazione è conservata per il nostro termine e i suoi derivati in tutte le altre lingue impieganti l'alfabeto occidentale, incluso il latino del Concilio Vaticano II: ovunque si ha Hindu, salvo che in francese che adotta Hindou giusta le leggi della peculiare grafia vocalica transalpina. Così come stanno le cose, la versione italiana di testi stranieri, e viceversa, comporta una faticosa messa a punto degli indici e della bibliografia per titoli, a tacere delle difficoltà nell'impiego da parte degli indotti dei "motori di ricerca" del web, ove la parola-chiave italiana è difforme da quella universalmente impiegata. Vale la pena, per inciso, notare come l'erronea voce Induismo, a voler essere filologicamente rigorosi, dovrebbe designare una - inesistente! - "religione" indiana della Luna (Ìndu in lingua sanscrita). Tale malvezzo si può correggere: ad es. Himālaya è reso ormai con l'aspirazione iniziale da tutti, salvo gli ultimi decrepiti avanzi del "purismo" degli Stenterelli...». Da notare infine che l'ultima edizione datata 2006 della prestigiosa "Enciclopedia filosofica" edita dalla casa editrice Bompiani rimanda, nel volume 6, il termine "Induismo" al termine "Hindūismo" con la rispettiva voce a firma di Gianluca Magi.
  2. ^ Reportonline - L'induismo ha oltre un miliardo di credenti ma in Italia è ai più sconosciuto
  3. ^ Va precisato che per Veda non si intende solo la raccolta dei quattro Veda: Ṛgveda, Yajurveda, Sāmaveda e Atharvaveda; ma anche i Brāhmaṇa, loro commentari, gli Āraṇyaka e le Upaniṣad.
  4. ^ Ad esempio il Tempio di Kṛṣṇa a Puri (Orissa) o quello di Śiva a Kathmandu in Nepal, cit. In Hinduismo, Storia delle religioni a cura di Giovanni Filoramo, Bari, Editori Laterza, 2007 pag. 7.
  5. ^ http://www.britannica.com/EBchecked/topic/10041/ahimsa
  6. ^ http://www.hinduonnet.com/2006/08/14/stories/2006081403771200.htm
  7. ^ http://www.unipi.it/athenet/26-27/art_11.htm

Bibliografia

  • Dizionario della saggezza orientale, ed. Robert Laffont, 2002
  • Alain Daniélou. Miti e Dei dell'Indo, il politeismo indù. Flammarion, 1992
  • Jean Herbert, La mitologia Indù, il suo messaggio, ed. Albin Michel, 1980
  • Pisani V., Le letterature dell'India, Sansoni Ed., Firenze 1970.
  • Schwarz A., Il culto della donna nella tradizione indiana, Laterza Ed., Bari, 1983.
  • Stutley M. e J., Dizionario dell'induismo, Astrolabio - Ubaldini Ed., Roma, 1980,ISBN: 9788834006437.
  • Verni P., Il culto del Lingam, Sansoni Ed., Milano, 1976.
  • Koller, Le filosofie orientali, Astrolabio - Ubaldini editore, Roma 1971, ISBN: 9788834002474.
  • Tucci, Storia della filosofia indiana, Laterza, Roma-Bari 1987
  • A.T. Embree-F.Wilhelm, India, Storia universale Feltrinelli, vol. 17, Feltrinelli Editore, Milano 1968;
  • H.von Glasenapp, Le Religioni dell'India, Torino 1996;
  • A. Sannino Pellegrini, Incontro con le religioni dell'India, Università degli Studi di Palermo, 1990
  • Carlo Della Casa. Upaniṣad. Torino, UTET, 1976 SBN - 88-02-02305-0
  • Carlo Della Casa, Stefano Piano, Mario Piantelli. Hinduismo. Roma, Laterza, 2007 SBN - 9788842083641
  • Rigopoulos Antonio, Hinduismo, Queriniana (collana Piccola biblioteca delle religioni), Brescia, 2005, SBN: 8839911804

Veda

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I Veda (sanscrito वेद[1], Vedá) sono un'antichissima raccolta di testi sacri dei popoli arii che invasero intorno al XX secolo a.C. l'India settentrionale divenendo, successivamente, opere di primaria importanza presso quel differenziato insieme di dottrine e credenze religiose che va sotto il nome di Induismo.

Origine dei Veda

Il termine sanscrito vedico veda indica il "sapere", la "conoscenza", la "saggezza", e corrisponde all'avestico vaēdha, al greco antico οἷδα, al latino video.

La letteratura vedica origina da un popolo, gli Arii, che intorno al 2200 a.C. migrò verso l' India nord-occidentale (allora indicata come Saptasindhu सप्त सिंधु, Terra dei sette fiumi, in avestico Hapta Hindu) provenendo dall'area di Balkh (oggi in Afghanistan settentrionale). Un altro raggruppamento di questo popolo, gli Iranici, sempre provenienti dalla medesima area, invase invece l'attuale Iran fondandovi una cultura religiosa che successivamente fu in parte raccolta nell' Avesta. Fu dunque nell'area dell'Afghanistan settentrionale che i Veda acquisirono le loro prime caratteristiche religiose e linguistiche.

Elemento centrale delle credenze religiose degli Arii era lo Ṛta (ऋत sanscrito, in avestico Aša) ovvero la Legge cosmica, e il suo "guardiano" Asura Varuṇa (वरुण sanscrito, avestico Ahura Mazdā), concentrandosi il sacrificio religioso nella bevanda sacra, il soma (सोम sanscrito vedico, avestico haoma) e sul rito del fuoco (sanscrito अग्नि agni, avestico āthra).

Con l'ingresso di questi popoli Arii nell'India settentrionale, e con i conseguenziali scontri militari con le popolazioni autoctone, acquisì rilievo religioso l'eroico dio guerriero Indra (इन्द्र).

Mentre con il successivo accoglimento anche di culti autoctoni, spesso fondati su pratiche sciamaniche e sull'utilizzo di formule magiche (mantra, मन्त्र), la cultura religiosa degli Arii si sviluppò e si diffuse sul territorio indiano in quelle caratteristiche che saranno poco dopo organizzate dai "cantori" (sanscrito: ऋषि ṛṣi) dei primi due Veda: il Ṛgveda e alcune parti dell' Atharvaveda (2000-1700 a.C.).

La suddivisione dei Veda e loro datazione

La raccolta dei Vedà consiste:

  • nelle quattro Saṃithā (संहिता): Ṛgveda (ऋग्वेद), Sāmaveda (सामवेद), Yajurveda (यजुर्वेद) e Atharvaveda (अथर्ववेद), composte tra il 2000 a.C. e il 1100 a.C. [2];
  • nei Brāhmaṇa ( ब्राह्मणं), commentari alle quattro saṃithā composti tra il 1100 a.C. e l'800 a.C.;
  • nelle Āraṇyaka (आरण्यक), testi esoterici riservati agli eremiti delle foreste o comunque recitati al di fuori del contesto dei villaggi, composte tra il 1100 e l'800 a.C.;
  • nelle Upaniṣad (उपिनषद), opere di ulteriore approfondimento composte tra l'800 e il 500 a.C.;
  • nei Sūtra (सूत्र) e nei Vedāṅga (वेदाङ्ग), opere di codificazione dei riti, composti dal 500 a.C. in poi.

Va tenuto presente che questa suddivisione è quella universalmente considerata dagli studiosi di questa letteratura religiosa. In un significato più stretto, e più comune, per Vedà si intendono solo i quattro saṃithā, mentre dal punto di vista tradizionale solo i primi quattro raggruppamenti (i quattro Saṃithā, i Brāhmaṇa, gli Āraṇyaka e le Upaniṣad) sono considerati apauruṣeya, ovvero non composti dagli esseri umani.

Le quattro Saṃithā

Ṛgveda

Il più antico testo dei Veda è il Ṛgveda, che risulta essere anche la più antica opera della cultura indoeuropea. Nelle sue parti più antiche (inserite nei libri dal II al VII compresi) viene datato tra il XX e il XV secolo a.C. Esso si compone di una raccolta di 1.028 inni denominati sùkta (lett. "ben detto"), composti da complessive 10.462 strofe di diversi versi metrici denominate mantra (o più comunemente come ṛks, "versetto, invocazione"), suddivisi in dieci libri indicati come maṇḍala (lett. "cicli"), di diseguale ampiezza, struttura e datazione, per un totale di 153.836 parole. Il contenuto di questo Veda corrisponde ad elementi di culto sacrificale propri della civiltà degli Arii (con particolare riguardo alle divinità di Agni, Ṛta-Varuṇa e Soma) appena giunti nell' India nordoccidentale che intersecano aggiunte poco più tarde inerenti alla valorizzazione di divinità guerriere come Indra, il dio del fulmine.

Sāmaveda

Il Sāmaveda si fonda sul Ṛgveda. Esso consiste in una raccolta di strofe (complessive 1.875, comprese le ripetizioni) la cui maggior parte (salvo 78) già compaiono nel Ṛgveda (nei libri VIII e XIX). Esso non si compone quindi di "canti" (sāmans) piuttosto di mantra cantati da un sacerdote, l' udgātṛ (o udgātár) e dai suoi tre assistenti. La più nota versione del Sāmaveda, quella dei Kauthuma trasmessa nel Gujarāt, si compone di due raccolte:

  • il Pūrvarcika che si compone di 585 inni suddivisi in quattro sezioni. Le prime tre sezioni sono dedicate rispettivamente agli Dèi Agni, Indra e Soma; la quarta, non sempre riportata in tutte le edizioni, si compone di canti da recitarsi all'interno dei villaggi (grāmageyagāna) e canti da recitarsi al di fuori di essi (araṇyageyagāna);
  • lo Uttarāchika che si compone di 400 inni rituali da recitarsi secondo delle melodie.

Una terza suddivisione di questo Veda inerisce al Mahānāmnyārcika, riportato in dieci mantra, che tuttavia viene omesso nelle più recenti edizioni.

Yajurveda

Lo Yajur Veda è il trattato di formule inerenti al sacrificio (yajus). Mentre il Sāmaveda si occupa esclusivamente del rito del soma, lo Yajurveda riassume tutto il rituale vedico. Contiene le formule sacrificali, scritte talvolta come litanie, che erano praticate dall'officiante denominato adhvaryu. Ne disponiamo due versioni: Kṛṣṇa Yajurveda (Yajurveda nero)e Śukla Yajurveda (Yajurveda bianco). Sono composti in parte in versi e in parte in prosa ed è il più antico esempio di prosa letteraria in sanscrito.

Atharvaveda

L'Atharva Veda (anche Atharvāṅgirasaḥ o Brahmaveda) è il trattato delle formule magiche e della medicina. Consiste di una raccolta di formule magiche (brahman) sia positive (atharvan) sia negative (aṅgirga), di carattere popolare. Inizialmente non fu considerato autorevole ma poi venne inglobato nella raccolta della letteratura religiosa degli arii e adottato come manuale rituale dei barhmani. Esistono due recensione di questo veda denominate Śaunaka e Paippalāda.

I Veda in occidente

La fortuna dei Veda nel pensiero occidentale è legato in particolare a due autori, Arthur Schopenhauer e Ralph Waldo Emerson, che ne hanno interpretato e assorbito gli insegnamenti in due modi spesso diametralmente opposti: il primo, in direzione della rinuncia al mondo; il secondo, in direzione dell'accettazione del mondo e della vita.

Anche Raimon Panikkar, sacerdote cattolico molto attivo nel campo dell'interreligiosità, ha contribuito a diffondere in occidente queste opere, pubblicando numerosi libri di traduzione degli antichi testi vedici.

Note

  1. ^ Questa grafia, come quelle che seguiranno in questa voce per riportare i suoi termini principali, è il devanāgarī, una grafia comunemente utilizzata anche per riportare il sanscrito vedico. Va tuttavia tenuto presente che la prima attestazione in devanāgarī risale all'VIII sec. d.C., essa non è certo quindi la prima grafia in cui furono riportati i Veda. Il devanāgarī, peraltro, deriva dalla grafia brāhmī le cui prime attestazioni risalgono al VI secolo a.C. e che a sua volta deriva dall' alfabeto aramaico la cui influenza nel sub continente indiano non può farsi risalire precedentemente agli inizi della seconda metà del primo millennio a.C. Quindi i Veda furono trasmessi per secoli oralmente.
  2. ^ Va tenuto presente che le datazioni anteriori al X secolo a.C. sono del tutto ipotetiche. Qui vengono proposte le ipotesi dello studioso Ramchandra Narayan Dandekar riportate nella Encyclopedia of Religion edita dalla MacMillan di New York nel 2005 (Vol. XIV pag. 9550). Tale fonte, la Encyclopedia of Religion, ha il pregio di essere uno strumento condiviso, curato e rivisto da numerosi studiosi di fama internazionale. Tuttavia altri autorevoli studiosi offrono datazioni più recenti. Così Saverio Sani (Ṛgveda, Venezia, Marsilio, 2000, pag.19) data tra il XV e il V secolo a.C. la composizione del Ṛgveda. Mario Piantelli (Hinduismo a cura di Giovanni Filoramo, Bari, Laterza, 2007, pag.5) data la composizione dei Veda con l'arrivo degli Arii in India, datando questo arrivo nel XVI secolo a.C. D'altronde sempre Mario Piantelli in Le preghiere del mondo, Torino, San Paolo, 1998, pag.137) nota che «Le date generalmente reperibili nei manuali (dal 1300 al 700 a.C.) sono solo indicative e non hanno basi al di fuori delle congetture delle passate generazioni di indologi; è possibile che si debba tener conto d'uno scarto di mezzo millennio o più per le parti linguisticamente più antiche, anche alla luce del lessico, in cui compaiono piante e animali ancora non tipicamente indiani.». Michelguglielmo Torri (Storia dell'India Bari, Laterza, 2000, pag. 32) entra nello specifico quando riportando la nuova tesi promossa dopo gli anni '80 sull'origine autoctona degli Arii, ricorda: «I due punti di forza di questa teoria fanno riferimento al fatto che, fermo restando l'indicazione del 1000 a.C. come data di completamento della composizione degli inni raccolti nel Rig Veda, non è affatto certa quale sia la data d'inizio. Questa potrebbe essere assai più antica del 1500 a.C. e risalire al 3000, al 4000 o addirittura al 7500 a.C. Il primo elemento a supporto di questa è tratto dall'astroarcheologia, cioè dal fatto che all'interno dei Veda vi sia una serie di riferimenti astronomici che, una volta decodificati, fanno pensare che i compositori degli inni vedici abbiano vissuto sotto un cielo caratterizzato da configurazioni stellari e da parabole solari caratteristiche di periodi ben più antichi del 1500 a.C.». Tra gli indologi che spostano ben oltre la data del 1500 a.C. Torri cita: David Frawley, K.D. Sethna e Shrikant Talageri. Mentre S. W. Jamison e M. Witzel (Vedic Hinduism pag. 5) se da una parte limitano il periodo vedico al 1500-500 a.C. dall'altra notano che: « The RigVeda, which no longer knows of the Indus cities but only mentions ruins (armaka, [mahå]vailasthåna), thus could have been composed during the long period between 1990 and 1100 BCE.».Per J. L. Brockington (in Concise encyclopedia of language and religion Oxford, Elsevier, 2001, pag.126) invece i più antichi inni dei Veda, appartenenti al Rig Veda, vanno fatti risalire al 1200 a.C.

Traduzioni italiane

  • Inni del Rgveda, a cura di V. Papesso, Ubaldini Editore, Roma s.d. (riproduzione dell'edizione originale in due volumi, Zanichelli, Bologna 1929-31)
  • Rgveda le strofe della sapienza, a cura di Saverio Sani, Letteratura Universale Marsilio, Venezia 2000.
  • Upanisad vediche, a cura di C. Della Casa, TEA, Milano 1988 (prima ed. UTET, Torino 1976)

Vedanta

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Il Vedānta (sanscrito वेदान्त) è uno dei sei sistemi ortodossi (darshana) della filosofia indiana, nonché quello che costituisce la base della maggior parte delle scuole moderne dell'Induismo. "Vedānta" significa in sanscrito la "conclusione" (anta) o "summa" dei Veda, la letteratura sacra più antica dell'India, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica contenuta in questi testi, che accolgono tutta la Scienza sacra e tradizionale induista. Il termine Vedānta si utilizza in riferimento alle Upaniṣad, che erano elaborazioni dei Veda, ed alle scuole nate dallo studio (Mimamsa) delle Upaniṣad. Così per Vedānta si intende anche il Vedānta-Mimamsa (riflessione sul Vedānta), Uttara-Mimamsa (riflessione sulla parte finale dei Veda) e Brahma-Mimamsa (riflessione sul Brahman).

Oltre ai Veda, i tre testi fondamentali del Vedānta sono:

  • le Upaniṣad (le più note, ampie e antiche delle quali sono la Brhadaranyaka, la Chandogya, la Taittiriya e la Katha);
  • il Vedānta Sutra (anche denominato Brahma Sutra), che sono anche delle brevi, persino singole interpretazioni di una sola parola della dottrina del Upanisad;
  • la Bhagavad Gita (lett. Canto del Divino), celeberrimo testo filosofico-religioso in forma poetica, considerato l'essenza di tutte le scuole di pensiero induiste; contiene una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.

Le diverse scuole di pensiero

Nessuna interpretazione dei testi è prevalsa sulle altre, e parecchie scuole Vedānta si sono sviluppate, differenziate dalla loro concezione della natura, della relazione e del grado di identità fra il Sé individuale (jīva) e l'Assoluto (Brahman). Queste spaziano dal monismo o non-dualismo (Advaita) del filosofo Adi Shankara (VIII secolo), al dualismo qualificato o teismo (Vishi-stadvaita) XI-XII secolo di Ramanuja, al dualismo (Dvaita) (XIII secolo) di Madhva, all'Acintya-Bheda-Abheda ("simultanea e inconcepibile differenza ed unità") di Caitanya Mahaprabhu.

Tutte le scuole Vedānta, tuttavia, mantengono in comune un certo numero di principi:

  • la trasmigrazione del Sé (Saṃsāra) e l'opportunità della liberazione dal ciclo delle rinascite (moksha);
  • l'autorità dei Veda sulle modalità di liberazione;
  • che il Brahman è sia la causa materiale (upadana) che quella strumentale (nimitta) del mondo;
  • che il (Ātman) è l'agente dei propri atti (karma) e quindi il destinatario dei frutti o delle conseguenze delle azioni (phala).

L'influenza del Vedānta sul pensiero indiano è stata profonda.

A causa della preponderanza di testi Advaita, in Occidente si ha spesso l'errata convinzione che Vedānta significhi Advaita, mentre questa corrente non-dualistica è solo una delle molte scuole vedantine, benché forse la più importante.

Alcuni concetti del Vedānta

Il Vedānta contiene gli elementi di conoscenza facenti parte della via di conoscenza che l'individuo percorre per migliorare sé stesso. Tali principi riconoscono un unico Principio creatore, onnipotente e onnipresente: Brahman, diretto ispiratore e rivelatore dei Veda; essi forniscono, col loro insegnamento il mezzo per superare l'ignoranza e realizzare la Conoscenza Divina (vidya).
I Veda distinguono tre piani fondamentali di esistenza che sono uno il riflesso dell'altro:

  • Il primo è il piano divino, principio del tutto
  • il secondo è il mondo intermedio delle energie e degli archetipi
  • il terzo è il mondo manifesto della materia.

Ogni piano interagisce con gli altri due, infatti dal Brahman nasce un Impulso Creatore che trasforma un'energia potenziale in materia. In quest'ordine discendente gli induisti definiscono il rapporto tra Dio e uomo o la relazione tra Macrocosmo (ciò che fa parte della sfera universale) e il Microcosmo (ciò che fa parte della sfera umana). La corrispondenza tra Microcosmo e Macrocosmo è definita da Principi Coordinatori. Il fine supremo dell'uomo è di ricongiungersi al suo principio, il Brahman, liberandosi dai vincoli della materia. La riconquista di questo stato primordiale significa la realizzazione dell'Individualità "integrale", che va oltre ai limiti che i cinque sensi, la vita e il tempo pongono all'uomo. Per intraprendere questo obiettivo spirituale, la dottrina indù offre alcune vie di realizzazione spirituale dette Darshana (tra cui lo Yoga, fondata sullo studio dei chakra e degli altri centri vitali dell'essere umano). Le altre Darshana, oltre al Vedānta e allo Yoga, sono il Nyaya, Vaisesika, Sankhya, Mimamsa.

Upaniṣad

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Presso la religione induista, le Upaniṣad (Devanagari: उपिनषद) sono scritture sacre nelle quali vengono insegnate sia la meditazione che la filosofia e fanno parte delle Shruti, insieme ai Veda. Contengono diversi argomenti spirituali, e, dei 123 libri, solo 12 sono accettati come più importanti.

Il termine Upaniṣad deriva dal Sanscrito: upa (vicino), ni (sotto) e shad, (sedersi), ossia "sedersi vicino", (ad un guru, o maestro spirituale) suggerendo l'azione di ascolto di insegnamenti spirituali. Le Upaniṣad sono i commentari ai Veda, loro fine putativa ed essenza, conosciuti anche come Vedānta o ("Fine dei Veda").

Le Upanishad maggiori

Le diverse Upaniṣhad fungono da commentari o estensioni ad ognuno dei quattro Veda (Rig Veda, Yajur Veda, Sama Veda e Atharva Veda). Le più antiche e corpose sono le Bruhad-Aranyaka e le Chandogya. Si presume che i primi testi furono scritti attorno al XVI-XVII secolo a.C. e che molte siano precedenti al Buddhismo. All'inizio si contavano più di duecento Upaniṣad ma solo quindici vennero considerate importanti dal filosofo Shankara, mentre il primo che le ordinò e registrò fu Dara Shakoh.

Questi trattati filosofico-meditativi formano l'ossatura del pensiero Indù. Delle antiche Upaniṣad, l'Aiterya e Kaushitaki appartengono ai Rig Veda, Kena e Chandogya al Sama Veda, Isha, Taittereya e Brihadaranyaka all' Yajur Veda, Prasna e Mundaka all'Atharva Veda. Tra le Upaniṣad importanti vi sono anche il Mandukya, Katha, Svetashvatara. Altri comprendono tra le fondamentali : Mahanarayana e Maitri Upaniṣad.

Origini

Spesso, i critici della tradizione Vedica Indù usano il termine Brahminico per spiegare il karma-kanda, o rituale basato sull'adorazione, un sacerdozio che trascura la profondità della spiritualità. Tuttavia si riconosce la vasta conoscenza che questi scritti mistici esprimono dal punto di vista spirituale. Gli studiosi che classificano i testi Vedici considerano i quattro Veda come una liturgia poetica, nel loro insieme chiamate mantra o samhitas, adorazione e supplica, una sorta di fusione tra i concetti di monismo e enoteismo comprendente tutto l'arco delle divinità, trascese infine, verso la Sorgente Ultima.

Inizialmente compaiono le Brahmana, una raccolta di rituali, istruzioni, dettagliati testi di funzioni sacerdotali ( all'inizio disponibili a tutti, poi resi patrimonio di una ristretta cerchia di Brahmini).

Poi appaiono le Upaniṣad che consistono principalmente in Aranyakas e Upaniṣad. Il termine "Aranyaka" significa "foresta", e queste molto probabilmente sono nate come reazione alle Brahmana iniziali : contengono istruzioni dettagliate di pratiche yoga, contemplazione mistica e numerosi principi sulla creazione.

Finalmente le Upaniṣad culminano nel loro autentico significato 'Sedersi Vicino' ( ossia il sedersi vicino ai sacri piedi di un Guru, o maestro sprirituale). Fondamentalmente le Upaniṣad realizzano tutte le idee monistiche, mistiche e universali, che successivamente influenzeranno gli inni Vedici, esercitando poi un'influenza senza precedenti sul resto della filosofia Indù e Indiana. Tuttavia per i suoi seguaci non sono solo considerati filosofia, ma una forma di meditazione, di pratiche di insegnamento al fine di comprenderne a fondo la profonda e straordinaria saggezza.

Alcuni esempi di Upanishad

Nel Taittiriya Upaniṣhad nel Nono Capitolo si dice:

"Chi conosce l'immensa gioia di Brahman, che allontana la mente, non in grado di comprenderla? Egli non ha paura di nulla.
Non prova sofferenza dai suoi pensieri.
Perché non faccio buone azioni?
Perché mi comporto male? Chiunque sa che questo riguarda l'Atman
Davvero egli ha cura di questo come Atman
Così sono veramente le Upaniṣad, il segreto della conoscenza di Brahman."

La filosofia delle Upanishad

A causa delle loro predisposizione filosofica e natura mistica comprendente sia tutti i rituali, sia i princìpi dell' Uno Brahman e dell'Atman interiore, le Upaniṣad sono intrise di un sentimento universale infuso nella cultura in tanti modi, culminato nella creazione delle tre scuole Vedānta.

La sintesi di tutte le Upaniṣad si può concentrare in una frase: "Tat Tvam Asi" (Tu sei quello). Infine, l'ultima priva di forma, inconcepibile Brahman è la stessa nostra anima, o Atman. Solo noi possiamo realizzarla utilizzando la discriminazione per sfondare il muro dell'illusione, il velo di Maya.

Le Upaniṣad si distinguono come un chiaro invito verso l'auto-realizzazione che ispira Somerset Maugham a scrivere il libro su Christopher Isherwood:

  « Alzatevi! Svegliatevi! cercate la guida di un maestro illuminato e realizzate il vostro Sé reale. Affilato come un rasoio è il Cammino. I saggi dicono: difficile da attraversare. »
   

Le Upaniṣad contengono sia le prime che le definitive interpretazioni sulle parole divine, come l'Aum, la vibrazione cosmica alla base di tutta l'esistenza e contiene le trinità multiple dell'essere e i principi inclusi dell'Uno-Sè.

Upanishad ne La terra desolata di Eliot

Thomas Stearns Eliot ne La terra desolata cita le Upanishad negli ultimi due versi dell'opera, prima riferendosi alla Brihadaranyaka - Upanishad 5,1 e chiudendo poi con la Pace ineffabile dello Shantih:

  « Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih[1] »
   

Bibliografia

Carlo Della Casa. Upaniṣad. Torino, UTET, 1976 SBN 88 02 02305 0

Carlo Della Casa. Upaniṣad Vediche. Milano, TEA, 2000 SBN 88 781 8810 7

 

Lista delle Upanishad

iisha
shukla yajurveda, mukhya upanishhad
kena
saama veda, mukhya upanishhad
kaTha
kR^ishhNa yajurveda, mukhya upanishhad
prashna
atharva veda, mukhya upanishhad
muNDaka
atharva veda, mukhya upanishhad
maaNDukya
atharva veda, mukhya upanishhad
taittiriiya
kR^ishhNa yajurveda, mukhya upanishhad
aitareya
R^ig veda, mukhya upanishhad
chhaandogya
saama veda, mukhya upanishhad
bR^ihadaaraNyaka (10)
shukla yajurveda, mukhya upanishhad
brahma
kR^ishhNa yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
kaivalya
kR^ishhNa yajurveda, shaiva upanishhad
jaabaala(yajurveda)
shukla yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
shvetaashvatara
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
ha.nsa
shukla yajurveda, yoga upanishhad
aaruNeya
saama veda, sa.nnyaasa upanishhad
garbha
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
naaraayaNa
kR^ishhNa yajurveda, vaishhNava upanishhad
paramahaMsa
shukla yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
amR^ita-bindu (20)
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
amR^ita-naada
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
atharva-shira
atharva veda, shaiva upanishhad
atharva-shikha
atharva veda, shaiva upanishhad
maitraayaNi
saama veda, saamaanya upanishhad
kaushhiitaaki
R^ig veda, saamaanya upanishhad
bR^ihajjaabaala
atharva veda, shaiva upanishhad
nR^isiMhataapanii
atharva veda, vaishhNava upanishhad
kaalaagnirudra
kR^ishhNa yajurveda, shaiva upanishhad
maitreyi
saama veda, sa.nnyaasa upanishhad
subaala (30)
shukla yajurveda, saamaanya upanishhad
kshurika
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
maantrika
shukla yajurveda, saamaanya upanishhad
sarva-saara
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
niraalamba
shukla yajurveda, saamaanya upanishhad
shuka-rahasya
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
vajra-suuchi
saama veda, saamaanya upanishhad
tejo-bindu
kR^ishhNa yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
naada-bindu
R^ig veda, yoga upanishhad
dhyaanabindu
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
brahmavidyaa (40)
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
yogatattva
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
aatmabodha
R^ig veda, saamaanya upanishhad
parivraat (naaradaparivraajaka)
atharva veda, sa.nnyaasa upanishhad
tri-shhikhi
shukla yajurveda, yoga upanishhad
siitaa
atharva veda, shaakta upanishhad
yogachuuDaamaNi
saama veda, yoga upanishhad
nirvaaNa
R^ig veda, sa.nnyaasa upanishhad
maNDalabraahmaNa
shukla yajurveda, yoga upanishhad
dakshiNaamuurti
kR^ishhNa yajurveda, shaiva upanishhad
sharabha (50)
atharva veda, shaiva upanishhad
skanda (tripaaDvibhuuTi)
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
mahaanaaraayaNa
atharva veda, vaishhNava upanishhad
advayataaraka
shukla yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
raamarahasya
atharva veda, vaishhNava upanishhad
raamataapaNi
atharva veda, vaishhNava upanishhad
vaasudeva
saama veda, vaishhNava upanishhad
mudgala
R^ig veda, saamaanya upanishhad
shaaNDilya
atharva veda, yoga upanishhad
pai.ngala
shukla yajurveda, saamaanya upanishhad
bhikshuka (60)
shukla yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
mahat
saama veda, saamaanya upanishhad
shaariiraka
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
yogashikhaa
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
turiiyaatiita
shukla yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
sa.nnyaasa
saama veda, sa.nnyaasa upanishhad
paramahaMsa-parivraajaka
atharva veda, sa.nnyaasa upanishhad
akshamaalika
R^ig veda, shaiva upanishhad
avyakta
saama veda, vaishhNava upanishhad
ekaakshara
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
annapuurNa (70)
atharva veda, shaakta upanishhad
suurya
atharva veda, saamaanya upanishhad
akshi
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
adhyaatmaa
shukla yajurveda, saamaanya upanishhad
kuNDika
saama veda, sa.nnyaasa upanishhad
saavitri
saama veda, saamaanya upanishhad
aatmaa
atharva veda, saamaanya upanishhad
paashupata
atharva veda, yoga upanishhad
parabrahma
atharva veda, sa.nnyaasa upanishhad
avadhuuta
kR^ishhNa yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
tripuraatapani (80)
atharva veda, shaakta upanishhad
devi
atharva veda, shaakta upanishhad
tripura
R^ig veda, shaakta upanishhad
kaTharudra
kR^ishhNa yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
bhaavana
atharva veda, shaakta upanishhad
rudra-hR^idaya
kR^ishhNa yajurveda, shaiva upanishhad
yoga-kuNDalini
kR^ishhNa yajurveda, yoga upanishhad
bhasma
atharva veda, shaiva upanishhad
rudraaksha
saama veda, shaiva upanishhad
gaNapati
atharva veda, shaiva upanishhad
darshana (90)
saama veda, yoga upanishhad
taarasaara
shukla yajurveda, vaishhNava upanishhad
mahaavaakya
atharva veda, yoga upanishhad
paJNcha-brahma
kR^ishhNa yajurveda, shaiva upanishhad
praaNaagni-hotra
kR^ishhNa yajurveda, saamaanya upanishhad
gopaala-tapaNi
atharva veda, vaishhNava upanishhad
kR^ishhNa
atharva veda, vaishhNava upanishhad
yaaGYavalkya
shukla yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
varaaha
kR^ishhNa yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
shaatyaayani
shukla yajurveda, sa.nnyaasa upanishhad
hayagriiva (100)
atharva veda, vaishhNava upanishhad
dattaatreya
atharva veda, vaishhNava upanishhad
gaaruDa
atharva veda, vaishhNava upanishhad
kali-saNTaaraNa
kR^ishhNa yajurveda, vaishhNava upanishhad
jaabaala(saamaveda)
saama veda, shaiva upanishhad
saubhaagya
R^ig veda, shaakta upanishhad
sarasvatii-rahasya
kR^ishhNa yajurveda, shaakta upanishhad
bahvR^icha
R^ig veda, shaakta upanishhad
muktika (108)
shukla yajurveda, saamaanya upanishhad
  • 19 upanishhads provengono dalla Shukla Yajur Veda e la Shaanti iniziante con 'puurNamada.'
  • 32 upanishhads provengono da krishna Yajur Veda e la Shaanti iniziante con 'sahanaavavatu.'
  • 16 upanishhads provengono dal Saama Veda e hanno la Shaanti iniziante con 'aapyaayantu.'
  • 31 upanishhads provengono dall' Atharva Veda e la Shaanti iniziante con 'bhadram-karNebhiH'.
  • 10 upanishhads provengono dal Rig Veda e la Shaanti iniziante con 'vaNme-manasi'.

La lista delle 108 Upaniṣad si può trovare in Muktika 1:30-39.

Brahman

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Brahman (sanscrito ब्रह्मन्, IAST Brāhman), presso la filosofia Vedānta e successivamente nella scuola Yoga Induista, rappresenta l'aspetto di immutabilità, di infinito, di immanenza e di realtà trascendente, l'Origine Divina di tutti gli esseri. Viene considerato la sorgente, il substrato, l'autentica coscienza suprema, la somma di tutto l'universo, che, limitato dal tempo, dallo spazio e dalla causalità origina dal puro essere, un'estensione dell'"Anima mundi". Veniva così considerato come una sorta di super-sostanza dalla quale tutto ebbe inizio; L'Atharva Veda inizia con questi versi:

  « Davvero grandi sono gli dei che sono nati da Brahman »
   

Tuttavia, dopo le prime Upaniṣad, le scritture Vedānta, che inizialmente servivano come commentari agli originali testi liturgici dei Veda, affermavano che il concetto di Brahman descriveva perfettamente la crescita della complessità nell'universo. Attorno al I millennio a.C. gli antichi scrittori delle Upaniṣad, consideravano Brahman, non solo come essere materiale, efficiente, causa di tutte le cose, ma anche una realtà immanente che andava oltre la materia, al di là dell'essere e del non-essere, rendendo così simile anche la parola Dio che il concetto di monismo esprime.

Si dice che Brahman non possa essere conosciuto, né che si possa diventare consapevoli "di" lui, in quanto Brahman è la nostra autentica consapevolezza. Brahman non è limitato dall'ordinario significato di esistenza; in questo senso, attraverso l'illuminazione, la moksha, lo yoga, il samadhi e il nirvana, non solo si arriva a conoscere Brahman, ma si realizza l'unione, e ci si rende così conto di essere sempre stati Brahman.

Etimologia e origine del nome Brahman

In Sanscrito Vedico, la parola bráhman (genere neutro) ha diversi significati: "crescita", "sviluppo", "rigonfiamento", "devozione" "adorazione", tutte parole derivanti dalla radice bṛh, derivante dalla parola "rigonfiamento". La parola brahmán (genere maschile) attualmente viene utilizzata per definire il brahmana, il sacerdote del Brahman, una delle caste presenti in India.

Legato ai rituali dell'Induismo pre-vedico, la parola bráhman, ha il significato di potere della crescita, della capacità di modificare la realtà attraverso il rituale e il sacrificio, spesso visualizzando ciò che si desidera nelle scoppiettanti fiamme di un fuoco rituale. I Brahmini sono la casta più alta in India, e grazie alla virtù della purezza e del sacerdozio ottengo tale potere.

Nella storia linguistica e nella comunità sanscrita esiste l'opinione minoritaria secondo la quale (come postulava Georges Dumézil) etimologicamente la parola latina flamen (sacerdote) derivi da brahman.

Brahman Saguna e Brahman Nirguna

I filosofi mistici delle Upaniṣad identificano Brahman come l'anima del mondo, con l'Ātman, l'essenza interiore dell'essere umano, dell'anima umana. Nel pantheon induista, Brahman non deve essere confuso con la prima divinità della Trimurti induista: Brahma, il creatore, Vishnu, il conservatore e Shiva, il distruttore. Brahma è come gli altri dei, Īśvara, o Brahman manifestato, fondamentalmente ego-consapevole, laddove Brahman, è privo di ego, privo e al di là dell'esistenza. Ishvara è anche conosciuto come Brahman Saguna, o dio con attributi personali.

La Verità Ultima si esprime come Brahman Nirguna, o dio senza forma, dio privo di attributi personali. Tutte le forme di dio, come Vishnu o Shiva sono aspetti differenti di dio nella Sua forma personale, o dio con attributi (Brahman Saguna, o Īśvara). L'energia Divina di Ishvara è personificata in Devi, la Madre Divina. Per i Vaishnava seguaci di Ramunjacharaya, Devi è Lakshmi, la Madre di tutte le cose, di fatto simboleggiando l'aspetto femminile della realtà. Per gli Shivaiti, Devi è Parvati. Per gli Shakta, adoratori di Devi, è la forma personale di dio che consegue l'aspetto impersonale di dio, l'Assoluto, mentre presso gli Śivaiti Shiva è personificato come dio privo di attributi.

Presso la scuola Advaita, l'unica frase mistica per descrivere il solo modo possibile Brahman, (comunque in modo ancora inadeguato), è considerare che gli esseri umani, con un'anima e una mente limitate, possano viverlo attraverso uno stato interiore esprimibile con l'espressione Sat-Chit-Ananda. L'etimologia di questa parola sanscrita deriva da sat, chit e ananda, i cui significati sono rispettivamente: "essenza", "consapevolezza" e "beatitudine".

Un argomento di discussione nei Veda è se la realtà di Brahman sia "saguna" (con attributi) o "nirguna" (senza attributi). La fede nel concetto di Saguna Brahaman portava ad uno sviluppo delle facoltà devozionali e a una diffusa devozione per deità quali Vishnu e Shiva. Tuttavia dobbiamo ricordare che l'Advaita Vedānta non nega Brahman Saguna. In realtà, Adi Shankara consigliava l'adorazione di Dio nella sua forma più pura e autentica, e lo affermava in diversi lavori nei quali disapprovava l'utilizzo dell'intelletto e della ragione, affermando che solo attraverso l'apertura del cuore si sarebbe trovato l'amore del Signore.

Sia il Brahman Saguna sia il Brahman Nirguna sono comunque forme valide; dalla Coscienza Assoluta deriva sia il principio divino che la creazione. Brahman Nirguna (senza attributi) è la radice metafisica del Brahman Saguna (con attributi), così come lo Zero lo è dell'Uno. Quel Supremo Principio è inclusivo di tutti gli attributi degli esseri, e persino di quelli di Dio.
Dal nucleo della vita indifferenziata origina l'Uno ed il molteplice, il creatore e l'esistenza differenziata. In altre parole, il Principio Divino, i mondi celesti ed umani che comprendono l'universo, esistono sulla base di tale Assoluto onnipervadente che li contiene. Nella gerarchia dell'Esistenza, l'Assoluto precede l'universalità del Divino. Nello Spirito Supremo, Uno ed indivisibile, sono impliciti come propri riflessi il Padre e la Madre dell'Universo, l'energia vitale che alimenta le forme e le forme stesse. Questa è la spiegazione filosofica e metafisica del mistero dell'esistenza e da misura della non-dualità della vita e dell'inscindibilità di tutte le sue dimensioni. In questa cosmogonia sacra, lo Spirito Assoluto, Dio, l'universo, il Sé dell'essere umano appaiono come un continuum, come parti di un sistema unitario dove ogni aspetto non può essere scisso o compreso senza l'altro.

Può darsi che l'Advaita sia stato insegnato meglio a partire dal XIX secolo da Shri Ramakrishna. Questo maestro ha paragonato l'infinito senza forma (Brahman Nirguna) ad un vasto oceano che, attraverso la fresca brezza dell'amore devoto, condensa la forma nella manifestazione. Ma, poi attraverso il calore della conoscenza del sole, il ghiaccio si dovrebbe sciogliere e il devoto realizzare sé stesso in una indifferenziata e perfetta beatitudine.

La scuola Vishistadvaita e Dvaita crede nel Brahman Saguna, ossia in un dio con attributi. Entrambe come l'Advaita sono scuole monistiche, ma differiscono nella definizione dell'ultima forma di dio.

È bene tenere a mente che quando si parla del Brahman si allude al Brahman Nirguna altrimenti noto come Parabrahman, Sat-Cit-Ananda, Uno senza secondo, Zero senza attributi, etc.

Quando invece si parla di Brahma si intende una forma del Brahman Saguna, ovvero Īśvara: l'Uno qualificato, con attributi.

Illuminazione e Brahman

Mentre Brahman giace dietro tutta la manifestazione, alcune menti umane indugiano nello spiegarlo solo con gli strumenti forniti dalla ragione. Brahman è al di là sei sensi, della mente, dell'intelligenza, e di qualsiasi immaginazione. In realtà, l'idea più elevata che si possa avere di Brahman è che esso è contemporaneamente esistenza e non-esistenza, colui che trascende e include il tempo, la causalità e lo spazio; di conseguenza non potrà mai essere conosciuto attraverso i sensi con i quali tradizionalmente "conosciamo" un dato concetto o oggetto.

Gli Indù considerano Brahman come colui che pervade la consapevolezza che sta alla base di tutte le entità animate e inanimate. Credono inoltre che l'universo non esprime solo la coscienza, ma che l'universo è consapevolezza, e che questa consapevolezza è Brahman.

Gli induisti inoltre ritengono che la consapevolezza umana abbia dimenticato e non sia più in grado di riconoscere la sua vera identità, cioè Brahman, come se un goccia d'acqua si fosse per sempre separata dal vasto oceano della Consapevolezza Assoluta, e che l'unico modo per fondersi nuovamente in esso consista in un cammino di devozione, di integrità morale ed etica, e di meditazione, attraverso diversi sistemi spirituali pratici come lo yoga.

Nella ricerca di Brahman, l'Ātman (o anima individuale) cerca la verità, e non ha importanza cosa sia. L'Ātman, accettando tutta la verità del suo ego è in grado di accettare il fatto che non è separato da tutto ciò che la circonda. Il passo successivo è l'Ātman permanentemente assorbito in Brahman, il modo per evitare la reincarnazione ed interrompere per sempre il ciclo nascita-morte (Saṃsāra).

Mahābhārata

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(Reindirizzamento da Mahabharata)
  « ...ciò che qui c'è, lo si può trovare anche altrove;
ma ciò che qui non si trova, non esiste in nessun luogo »
 
(Mahābhārata, I, 56, 33)

Il Mahābhārata ([mɐɦaːˈbʱaːrɐtɐ] in sanscrito महाभारत, lett. La grande storia dei figli di Bharata), a volte chiamato semplicemente Bharata, è uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista, insieme al Ramayana, oltre ad uno dei testi sacri più importanti di questa religione.

Nella maggiore edizione pervenuta ai giorni nostri, il Mahābhārata consta di circa 110.000 strofe (corrispondenti a quattro volte la Bibbia, o a sette volte Iliade e Odissea messe insieme[1]), divise in 18 libri (parva) più un'appendice, l'Harivamsha,[1] che ne fanno l'opera più imponente non solo della letteratura indiana, ma dell'intera letteratura mondiale.

Origini ed autori

Si narra che il poema sia opera del saggio Vyāsa, che include sé stesso tra i più importanti personaggi dinastici del racconto. La prima parte del Mahābhārata dichiara che fu il Deva Gaṇeśa, su richiesta di Vyāsa, a scrivere il poema sotto la sua dettatura; Gaṇeśa acconsentì, ma solo alla condizione che Vyāsa recitasse il poema ininterrottamente, senza alcuna pausa. Il saggio, allora, pose a propria volta una ulteriore condizione: Gaṇeśa avrebbe non solo dovuto scrivere, ma comprendere tutto ciò che udiva ancor prima di scriverlo. In questo modo Vyāsa avrebbe potuto riprendersi un poco dal suo continuo parlare, semplicemente recitando un verso difficile da capire. A questa situazione fa riferimento anche una delle storie che spiegano il modo in cui si ruppe la zanna sinistra di Gaṇeśa (elemento essenziale della sua iconografia): nella foga della scrittura il suo pennino si ruppe, ed egli si spezzò una zanna affinché la trascrizione potesse andare avanti senza interruzioni, così da permettergli di mantenere la parola data[2].

Si ritiene che il Mahābhārata derivi da un originale lavoro molto più breve, chiamato Jaya (Vittoria). La collocazione temporale degli eventi qui descritti non è chiara: alcune persone li collocano con una certa sicurezza nell'India Vedica, attorno al 1400 a.C. Gli studiosi hanno analizzato gli eventi astronomici descritti nel Mahābhārata (ad esempio, le eclissi) datando i fatti al 1478 a.C. circa, o in alternativa al 3100 a.C. In ogni caso, è importante ricordare che la ricerca di una datazione esatta degli avvenimenti descritti nel Mahābhārata è di importanza secondaria rispetto all'imponente contenuto filosofico, etico e culturale dell'opera, e alla sua posizione all'interno della letteratura sanscrita classica.

Come la maggior parte della letteratura indiana antica, anche il Mahābhārata veniva trasmesso oralmente, di generazione in generazione. Questo ha reso particolarmente facile l'interpolazione di storie ed episodi addizionali all'interno del testo; si parla anche di variazioni locali, sviluppatesi in regioni diverse. Comunque, nella maggior parte dei casi le modifiche sono consistite in ulteriori aggiunte, e non in alterazioni della storia originale.

La storia

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Il re Shantanu chiede la mano di Sathyavati, la quale attraverso un rapporto pre-matrimoniale generò il rishi Vyāsa.

Il poema ha una struttura molto complessa, raccoglie numerose storie e leggende che costituiscono buona parte del ricco patrimonio mitologico indiano mentre la trama centrale occupa poco più di un quinto dell'opera.[1]

La trama centrale inizia circa 5200 anni fa,[3] quando entrambi i figli del re Shantanu e della regina Sathyavati, Chitrāngada e Vicitravirya, muoiono senza lasciare alcun erede. Allora, il re invitò il saggio Vyasa a fecondare le due vedove di suo figlio Vicitravirya: Ambika e Ambalika. Vyasa accettò, ma dato che l'ascesi lo aveva deturpato, il suo aspetto era poco gradevole.

Al momento del concepimento quindi, la prima delle vedove, Ambika, chiuse gli occhi per non vederlo. Vyasa predisse per tale motivo che suo figlio sarebbe nato cieco, sia fisicamente che spiritualmente.
La seconda vedova, Ambalika, resistette e non chiuse gli occhi, ma nonostante ciò non potette evitare di impallidire alla sua vista. Vyasa perciò predisse che suo figlio sarebbe nato itterico e che avrebbe vissuto poco.

Il tempo passò e i figli nacquero. Il primo, come predetto, nacque cieco e fu chiamato Dhritarashtra. Il secondo, itterico, fu chiamato Pandu.

Nonostante il figlio maggiore fosse Dhritarashtra, il trono venne ereditato da Pandu, a causa della cecità di Dhritarashtra.

Le due mogli di Pandu gli diedero cinque figli, avatar di altrettante divinità,[3] indicati con il patronimico Pandava. Dhritarashtra ebbe cento figli (non ciechi) indicati con il patronimico Kaurava.

Presto però i cugini si trovarono in contrasto: i Kaurava, figli dello zio primogenito, pretendevano il diritto al trono; i Pandava, figli del re Pandu, lo reclamavano ugualmente.

Questi contrasti continuarono ad inasprirsi, culminando, dopo esili, cospirazioni e varie traversie,[3] in una sanguinosa guerra che durò 18 giorni, portando a decidere sul campo di battaglia di Kurukshetra le sorti del regno di Hastinapura.

È durante questa guerra che viene ambientato il Bhagavad Gita (lett. Il canto del Beato), sicuramente il capitolo più popolare dell'opera, durante il quale Krishna, l'incarnazione Divina, assiste l'eroe Pandava Arjuna impartendogli una serie di insegnamenti volti a raggiungere la realizzazione spirituale.

La guerra viene infine vinta dai Pandava: sopravvivono solo otto guerrieri e qualche donna.[3] Yudhishthira, il fratello maggiore dei cinque Pandava, diventa il nuovo re, regnando per trentasei anni.

L'epopea termina con la morte di Krishna che conclude l'era del Dvapara Yuga e dà inizio all'ultima era, quella del Kali Yuga.

I "Parva" del Mahābhārata

  • Cap. 1: Adi Parva (आदि पर्व) - libro delle origini
  • Cap. 2: Sabha Parva (सभा पर्व) - libro della grande sala
  • Cap. 3: Aranyaka Parva o Vana Parva (आरण्यक पर्व) - libro della foresta
  • Cap. 4: Virata Parva (विराट पर्व) - libro di Virata
  • Cap. 5: Udyoga Parva (उद्योग पर्व) - libro dei tentativi di pace e dei preparativi per la guerra
  • Cap. 6: Bhisma Parva (भीष्म पर्व) - libro di Bhisma (i cui capitoli dal 25esimo al 42esimo costituiscono i 18 canti della Bhagavad Gita[4])
  • Cap. 7: Drona Parva (द्रोण पर्व) - libro di Drona
  • Cap. 8: Karna Parva (कर्ण पर्व) - libro di Karna
  • Cap. 9: Shalya Parva (शल्य पर्व) - libro di Shalya
  • Cap. 10: Sauptika Parva (सौप्तिक पर्व) - libro dell'assassinio dei dormienti
  • Cap. 11: Stri Parva (स्त्री पर्व) - libro delle donne
  • Cap. 12: Shanti Parva (शान्ति पर्व) - libro della pace
  • Cap. 13: Anushasana Parva (अनुशासन पर्व) - libro degli insegnamenti (contenente l'inno Vishnu sahasranama, "I mille nomi di Vishnu")
  • Cap. 14: Asvamedhika Parva (आश्वमेधिक पर्व) - libro del sacrificio del cavallo
  • Cap. 15: Ashramavasika Parva (आश्रमवासिक पर्व) - libro della vita nell'Ashram
  • Cap. 16: Mausala Parva (मौसल पर्व) - libro delle mazze
  • Cap. 17: Mahaprasthanika Parva (महाप्रस्थानिक पर्व) - il libro della grande dipartita
  • Cap. 18: Svargarohana Parva (स्वर्गारोहण पर्व) - libro del Paradiso
  • Appendice: Harivamsha (हरिवंश) - genealogia di Hari

Opere derivate

Il mazzolino dal Mahābhārata

Nell'XI secolo la trama del Mahābhārata fu riassunta da Ksemendra nell'opera Bhāratamañjarī, ossia Il mazzolino dal Mahābhārata.

Il Mahābhārata ha avuto diversi adattamenti cinematografici. Fra questi:

Note

  1. ^ a b c (EN) "Mahabharata." Encyclopædia Britannica. 2009. Encyclopædia Britannica Online. URL consultato il 12-03-2009.
  2. ^ Cfr. le altre tradizioni indeuropee nelle quali una mutilazione è conseguenza del mantenimento della parola data (ad es. il dio Týr nella mitologia norrena).
  3. ^ a b c d Veda 2006, pag.17
  4. ^ Esnoul 2007, pag.5
  5. ^ The Mahabharata su The Internet Movie Database

Bibliografia

  • Samhita Arni, Il Mahabharata raccontato da una bambina. Volume 1, tradotto da Ottavio Fatica, Adelphi, 2002. ISBN 978-88-459-1690-8
  • Samhita Arni, Il Mahabharata raccontato da una bambina. Volume 2, tradotto da Ottavio Fatica, Adelphi, 2003. ISBN 978-88-459-1815-5
  • Oscar Botto, Storia delle letterature d'Oriente, Milano, 1969. Contiene una sintesi del Mahābhārata nel vol.III pagg. 48 sgg..
  • Jean-Claude Carrière, Il mahabharata, tradotto da Cesare Barioli, Vallardi Industrie Grafiche, 2003. ISBN 978-88-7696-363-6
  • Anne-Marie Esnoul (a cura di) Bhagavadgītā, tradotto dal francese da Bianca Candian, Milano, Oriente Universale Economica Feltrinelli, febbraio 2007. ISBN 978-88-07-81953-7
  • Salvatore Lo Bue, La storia della poesia. Vol. 4: Gli altari della parola. Poesia orientale vedica. Inni e Mahabharata, prefazione di Agata Pellegrini, FrancoAngeli, 2004. ISBN 978-88-464-5268-9
  • Mahabharata, in 5 volumi, tradotto dal sanscrito dal prof. Ramesh Menon
, tradotto dall'inglese da Giorgio Borgonovi e Marco Marzagalli, La Comune,
  • Il Mahabharata, raccontato da Rasupuram K. Narayan, tradotto da Riccardo Mainardi, Milano, Guanda, 1992. ISBN 978-88-7746-376-0 Nell'originale è una riduzione in inglese dell'opera.
  • Alberto Pelissero (a cura di) Arjuna e l'uomo della montagna (dal Mahābhārata), presentazione di Giuliano Boccali, Il leone verde, 1997. ISBN 978-88-87139-03-7
  • Mia Peluso (a cura di) Mahabharata, versione per bambini, illustrata da Simona Vajana, Milano, Mursia, 1996. ISBN 978-88-425-2112-9
  • Vittore Pisani (a cura di) Mahabharata. Episodi scelti, Torino, UTET, 1968.
  • Flavio Poli, Induismo. Vol. 4: I testi della tradizione. Il Mahàbhàrata, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 2000. ISBN 978-88-7094-413-6
  • Mahabharata, raccontato da Chakravarti Rajagopalachari, tradotto da Marzio Tosello, Mondadori, 1995.
  • Daniela Sagramoso Rossella (a cura di) Storia di Śakuntalā: Mahābhārata, Venezia, Marsilio, 1991. ISBN 88-317-5505-6
  • Bharati Swami Veda, Bhishma. Vivere e morire secondo il Mahabharata, Mimesis Edizioni, 2006. ISBN 978-88-8483-494-2

Ramayana

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Il Rāmāyaṇa ([raːˈmaːjɐɳɐ] dal sanscrito रामायण, lett. il viaggio - ayana- di Rama), insieme al Mahābhārata è uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista, oltre ad uno dei testi sacri più importanti di questa tradizione religiosa e filosofica.

Narra le avventure di Rama, avatar di Viṣṇu, ed è una delle Itihasa, le scritture epiche indiane.

Introduzione

L'epos rāmaico consta di 24.000 śloka (versi), 86.000 in meno rispetto al più complesso ‎Mahabharatha, suddivisi in oltre cinquecento sarga ‎ (sezione di testo) distribuiti in ‎sette libri (kānda), di cui il primo (Bāla-kānda) e il settimo (Uttara-kānda) sono ‎considerati, a giudizio unanime della critica, delle addizioni seriori.

Il nucleo ‎originario dell'intera opera è costituito dai kānda II-VI, e seppure siano anche qui ‎individuabili evidenti interpolazioni e aggiunte, non si può non notare la coerenza, ‎l'omogeneità e l'organicità di stile, di contenuto e di struttura, a tal punto da fare ‎pensare ad un unico autore, ipotesi per altro accreditata dalla tradizione che ha ‎sempre attribuito al saggio Vālmīki ‎ la paternità dell'opera. La redazione definitiva ‎del poema si fa risalire al I-II secolo d.C.: esso, infatti, è anteriore alla redazione ‎definitiva del Mahābhārata‎, ma si ritiene che la sua forma originaria possa ‎risalire al IV - III secolo a.C. (epoca Maurya), se non addirittura al VI secolo a.C.

Il Rāmāyana, proprio come i poemi omerici, può essere considerato come un ‎serbatoio o una raccolta dell'insieme delle conoscenze e dei modelli culturali di ‎un'intera civiltà. L'epos rāmaico pertanto svolge una funzione educativa ‎adempiendo in pieno, essendo depositario del sapere collettivo, al suo compito ‎didattico-paradigmatico. Eppure questo deposito o "sedimento ereditario", ‎trasmesso dalla tradizione orale, non va inteso come patrimonio ‎onnicomprensivo, ma piuttosto come stratificazione e sovrapposizione ‎progressiva di un materiale storico, mitico, aneddotico e geografico che nel corso ‎dei secoli è stato ricucito in una raccolta organica divenuta sintesi e simbolo dei ‎contenuti culturali, religiosi e filosofici di un'intera civiltà.

In questo senso Rāma, ‎non è solo il protagonista dell'epos narrato, bensì il nome dato ad un codice di ‎comportamento morale, religioso, politico, e sociale che appartiene ad una fase ‎precisa della civiltà indiana. Ciò significa che il poema rāmaico non solo “descrive", ‎ma "prescrive", attraverso il fulgido esempio di Rāma e Sītā come archetipi di ‎perfezione e di adesione al dharma, un modello di condotta morale e etica da ‎imitare e interiorizzare. La narrazione di questi eventi mitici ci è giunta grazie alle ‎eleganti strofe di Vālmīki che, con il suo stile raffinato ed erudito, sembra ‎anticipare gli elaborati componimenti di epoca classica (Kāvya), ossia un ‎particolare tipo di letteratura caratterizzata da lunghissime descrizioni, ‎sorprendenti paragoni e metafore, giochi di parole e ostentazioni di dottrina, rime ‎interne e tutto un repertorio di ricercatezze formali e ornamenti stilistici ‎‎(alamkāra) che inducono gli studiosi ad ipotizzare una matrice di natura ‎aristocratica e a individuare nelle corti e nelle cerchie di intellettuali il luogo ‎privilegiato di irradiazione di questo nuova e sapiente produzione letteraria. ‎Anche gli indologi sono unanimi nell'accettare il dato della tradizione che assegna ‎al veggente (rishi) Vālmīki la composizione del poema o, almeno, di quello che è ‎ritenuto il suo nucleo originario, nonostante il nome del veggente venga citato ‎solo esclusivamente nelle due sezioni, la prima e la settima, notoriamente ‎considerate spurie.‎ In ogni caso il celebre rishi non avrebbe fatto altro che ‎rielaborare e ricucire gli antichi materiali relativi all'eroe Rāma, tramandati dai ‎bardi o cantori itineranti (cārana, kuśīlava), dei quali abbiamo traccia anche in ‎tradizioni esterne alla cultura brahmanica, come quella buddhista e quella jaina‎.

Il Rāmāyana è giunto a noi in tre recensioni‎, ossia l'edizione di Bombay, ‎probabilmente la più antica e detta, dallo Jacoby (C), la bengalese o Gauda (B) e ‎la Kaśmiriana o nord-occidentale (A). Tutte e tre le recensioni, seppure ‎differiscano per intere sezioni e persino per discrepanze di contenuto, sono ‎suddivise in sette kānda e offrono ad ogni modo una visione omogenea e ‎coerente dello svolgimento dell'azione principale. Ogni kānda origina il proprio ‎nome dalla natura della materia trattata.‎

La storia

Rama riesce a tendere e spezzare l'arco, vincendo lo svayamvara indetto per trovare un degno marito a Sita.

Il poema narra la storia di Rama, settimo avatar di Viṣṇu, sovrano ideale e guerriero valoroso, e della sua sposa, Sita. Rama, principe ereditario del regno di Koshala viene privato ingiustamente del diritto al trono ed esiliato dalla capitale Ayodhya. Rama trascorrerà 14 anni in esilio, insieme alla moglie Sita ed al fratello Lakshmana, dapprima nei pressi della collina di Citrakuta, dove si trovava l’eremo di Valmiki e di molti altri saggi, in seguito nella foresta Dandaka, popolata da molti demoni (rakshasa). Lì Sita viene rapita dal crudele re dei demoni, Ravana, che la conduce nell’isola di Lanka. Rama e Lakshmana si alleano con i Vanara, potente popolo di uomini-scimmia, ed insieme ai guerrieri scimmia, tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanuman costruiscono un ponte che collega l’estremità meridionale dell’India con Lanka. L’esercito affronta l’armata dei demoni, e Ravana viene ucciso in duello da Rama, che torna vittorioso nella capitale Ayodhya, e viene incoronato re. Rama, per rispettare il dharma, è costretto a ripudiare Sita, a causa del sospetto che abbia ceduto alle molestie di Ravana. Per dare prova della sua purezza, Sita accetta di sottoporsi alla prova del fuoco, ed esce indenne dalle fiamme.

I sette "Kanda" del Ramayana

Cap. 1: Bala Kanda

Il primo libro, Bāla-kānda (“Libro dell’infanzia”), narra ‎dell’infanzia di Rāma e di quando suo padre Daśaratha, re di Ayodhiyā, ‎onorò gli dèi compiendo l’antico rito propiziatorio dell’aśvamedha, ‎‎“sacrificio del cavallo”, al fine di assicurarsi una discendenza. Gli dèi, ‎soddisfatti dell’offerta ricevuta, accettano la richiesta del vecchio re. ‎Visnu si incarna nel grembo delle tre mogli di Daśaratha: la prima moglie ‎dà alla luce Rāma, la seconda Bharata e la terza moglie due figli, ‎Laksmana e Śatrughna. I figli del re Daśaratha, in quanto concepiti con ‎l’aiuto di una divinità, sono tutti e quattro espressioni di Visnu, ma solo in ‎Rāma il dio si compiace, e manifestandosi nel supremo atto ‎dell’incarnazione, attua il proprio piano salvifico: sarà, infatti, Rāma a ‎liberare il mondo dal terribile demone Rāvana, ristabilendo l’ordine e il ‎dharma. Il libro narra minuziosamente tutte le imprese compiute dal ‎giovane principe, tra queste spicca la gara dell’arco nella quale Rāma ‎vince la mano della giovane principessa Sītā, figlia del re Janaka. Il libro ‎si chiude con il matrimonio di Rāma con la bella Sītā e con il loro viaggio ‎verso Ayodhyā, regno di Daśaratha e loro futura casa.‎

Cap. 2: Ayodhya Kanda

‎Il secondo libro, Ayodhyākānda (“Libro di Ayodhyā”), narra della ‎successione al trono di Ayodhiyā. Il re Daśaratha, infatti, è ormai molto ‎vecchio e stanco e intende affidare la cura del proprio regno al valoroso ‎primogenito Rāma, ma la madre di Bharata ricorda al re, suo marito, ‎l’antica promessa di due doni e chiede che vengano esauditi due suoi ‎desideri. Il primo dono consiste nella richiesta di far salire al trono il figlio ‎Bharata a scapito di Rāma, primogenito e legittimo pretendente al trono. ‎La seconda e più grave richiesta è quella di mandare Rāma in esilio per ‎almeno quattordici anni. Il re costretto dall’astuta moglie alla fedeltà della ‎promessa fatta, accetta a malincuore e manda in esilio Rāma, ‎preferendogli il fratello Bharata come successore al trono. Rāma si ‎allontana quindi da Ayodhiyā, allietato nell’esilio dalla compagnia della ‎devota moglie, Sītā, e dell’amato fratello, Laksmana. Alla morte di ‎Daśaratha, Bharata richiama il fratello dall’esilio, supplicandolo di ‎riprendere il governo del regno ma Rāma non accetta poiché intende ‎restare fedele alla parola data al padre e alle leggi del dharma che non ‎ammettono alcuna disobbedienza. Allora Bharata, deposti i calzari ‎dell’illustre fratello ai piedi del trono in segno di auspicio, governerà come ‎reggente nell’attesa del fausto ritorno di Rāma. ‎

Cap. 3: Aranya Kanda

Il terzo libro, Aranyakānda (“Libro della selva”), racconta dell’esilio di ‎Rāma, Sītā e Laksmana; giunti nella selva Dandaka, incontrano i terribili ‎demoni rāksasa che con la loro presenza infestano la foresta e disturbano ‎gli asceti. Rāma insieme al fratello Laksmana combatte molti demoni, ma ‎la vicenda senza dubbio più importante per il susseguirsi di conseguenze ‎è quella in cui i due fratelli lottano contro la demone Śūrpnakhā che, ‎mutilata in battaglia da Laksmana, chiederà aiuto e vendetta al fratello ‎Rāvana, potente demone e re dell’isola di Lankā. Rāvana, per riparare ‎all’offesa fatta alla sorella, ricorrendo agli inganni e alla magia, rapisce ‎Sītā e la nasconde a Lankā, suo inespugnabile regno. Rāma, afflitto dalla ‎perdita della propria sposa, cerca aiuto e sostegno in Sugrīva, re delle ‎scimmie e capo di un potente esercito.‎

Cap. 4: Kiskindha Kanda

Il quarto libro, Kiskindhākānda (“Libro della caverna della Kiskindhā”), ‎narra della strategica alleanza di Rāma con Sugrīva, suggellata da un ‎patto di aiuto reciproco: Rāma aiuterà Sugrīva a sconfiggere il terribile ‎fratello Vālin, usurpatore del trono, e in cambio Sugrīva promette a Rāma ‎di assisterlo nella disperata ricerca di Sītā. Hanūmat, valido consigliere di ‎Sugrīva, riesce a rintracciare il luogo in cui è tenuta prigioniera la ‎principessa.‎

Cap. 5: Sundara Kanda

Il quinto libro, Sundarakānda (“Libro bello”), racconta della missione di ‎Hanūmat; costui, dopo varie peripezie, riesce a parlare con la principessa ‎e dopo averla confortata, ritorna all’accampamento delle scimmie dove ‎informa Rāma dei progressi raggiunti e del buon esito della spedizione‎

Cap. 6: Yuddha Kanda

Il sesto libro, Yuddhakānda, (“Libro della battaglia”) narra della guerra ‎contro i demoni e della liberazione di Sītā. L’esercito delle scimmie tiene ‎in scacco l’isola di Lankā, ma l’attacco finale viene rimandato per ‎iniziativa del fratello di Rāvana che, temendo la potenza di Rāma, tenta ‎una mediazione promettendo di restituire la principessa. La mediazione ‎non va a buon fine e si giunge così alla battaglia conclusiva in cui Rāma, ‎in un terribile duello, ucciderà Rāvana, ricongiungendosi finalmente ‎all’amata Sītā. Ma la felicità, tra i due augusti sposi dura poco, infatti, ‎Rāma ripudia la moglie perché teme che il lungo tempo trascorso da Sītā, ‎seppure in cattività, con il demone Rāvana abbia compromesso la sua ‎castità. L’unico modo per fugare i dubbi di Rāma sulla condotta di Sītā è ‎la prova del fuoco. Sītā, casta e devota sposa, si sottopone per amore a ‎tale prova e il dio Agni la proclama innocente e priva di macchia e la ‎consegna alle cure del suo sposo, Rāma.‎

Cap. 7: Uttara Kanda

Il settimo libro, Uttarakānda (“Libro finale”) descrive le ulteriori prove a ‎cui è sottoposta Sītā per dimostrare la sua purezza. Infatti, al ritorno ad ‎Ayodhyā il popolo non condivide la scelta di Rāma di accettarla come ‎consorte, la principessa è nuovamente costretta a difendersi da ingiuste ‎accuse e a confermare ulteriormente la propria devozione all’amato ‎marito. Sītā, dopo aver superato la prova del fuoco, è sottoposta ad ‎un’altra ardua prova, ossia quella dell’esilio; ella è, infatti, costretta a ‎separarsi da Rāma per mettere a tacere le illazioni e i dubbi di alcuni ‎sudditi. Sītā allora trova rifugio nell’eremo di un rishi, Vālmīki per l’appunto, ‎e lì dà alla luce due gemelli Kuśa e Lava. In seguito i due gemelli, ormai ‎adulti, incontrano Rāma e gli recitano il Rāmāyana, espediente grazie al ‎quale avviene l’agnizione e permette il lieto fine. Rāma riconosce i figli e ‎si dichiara disposto a riprendere come sposa Sītā, a patto che ella sia ‎disponibile ad un ulteriore giuramento sulla sua purezza. Sītā allora prega ‎la dea Terra di accoglierla nel proprio grembo come ultima e definitiva ‎prova della sua eroica castità e dalla sua innocenza. La dea Terra, ‎apertasi, inghiotte la regina nelle sue viscere. A Rāma, prostrato dal ‎dolore per la perdita dell’amata sposa, una voce celeste rivela che egli è ‎un’incarnazione, ossia un avatāra, di Viṣṇu, mentre Sītā lo è di Laksmī. Il ‎libro si conclude con l’ascesa al trono dei due gemelli, Kuśa e Lava, e con ‎Rāma che, asceso al cielo, entra nella maestà e nella luce di Viṣṇu ‎‎(vaisnavam tejah) con il proprio corpo (saśarīrah) e con i propri fratelli ‎‎(sahānujah).

Traduzioni italiane

  • Il Ramayana, a cura di G. Gorresio, 3 voll., Fratelli Melita, Genova 1988
  • Il Ramayana, a cura di R. K. Narayan, Guanda, Milano 1991 (nell'originale è una riduzione in inglese del capolavoro della letteratura classica)

Bhagavad Gita

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La Bhagavad Gita (in Sanscrito: भगवद्गीता, Bhagavad Gītā, "Canto del Divino" o "Canto del Beato") è un poema sanscrito di circa 700 versi diviso in 18 canti, contenuto nel grande poema epico Mahābhārata. La Bhagavad Gītā ha valore di testo sacro, ed è divenuto nella storia il testo più popolare e amato tra i fedeli induisti al punto da ottenere l'appellativo di "vangelo indù". È anche considerato dai più come l'opera letteraria più bella dell'epica induista.

L'unicità di questo testo, rispetto ad altri, consiste anche nel fatto che qui non viene data un'astratta indicazione di Dio, ma la figura divina è un personaggio protagonista che parla in prima persona, e fornisce la possibilità di una sua darshana (visione) completa.

La Bhagavad Gītā è il principale testo sacro per gli Hare Krishna e i movimenti vaiṣṇava in generale.

Contesto

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Il poema - circa settecento versi (Śloka) totali, suddiviso in 18 canti - costituisce uno dei capitoli del Mahābhārata, ma assume un valore del tutto autonomo all'interno della sua struttura, anche per il notevole valore teologico.

L'episodio narrato nel poema si colloca nel momento in cui il virtuoso guerriero Arjuna - uno dei fratelli Pāṇḍava e prototipo dell'eroe - è in procinto di dare inizio alla guerra di Kurukshetra (Kurukṣetra), che durerà 18 giorni, durante la quale si troverà a dover combattere e uccidere i membri della sua stessa famiglia, parenti, mentori e amici, facenti parte della fazione dei malvagi Kaurava, usurpatori del trono di Hastināpura. Di fronte a questa prospettiva drammatica, Arjuna si lascia prendere dallo sconforto e rifiuta di combattere.

Contenuti

Attraverso i 18 capitoli della Bhagavad Gītā, Krishna - incarnazione di Dio ed identificabile con l'Ātman, ovvero il proprio Sé più profondo ed immortale - indica ad Arjuna le tecniche mistiche (Yoga) per liberarsi definitivamente dal ciclo delle nascite e delle morti (saṃsāra) ed ottenere la liberazione (mokṣa).

Dopo una lunga analisi sui concetti di anima, religione, dharma e su altri concetti che formano il fondamento della filosofia indiana, ad Arjuna viene inoltre spiegata l'importanza dell'azione senza attaccamento al risultato e viene descritto il bhakti yoga, l'unione con Dio attraverso l'amore e la devozione come unico mezzo per raggiungere la perfezione e la mokṣa:

  « Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere 'Me', il Signore Supremo, che cosa e Chi sono 'Io'. E colui che diviene pienamente cosciente di 'Me' grazie a questa devozione, entra rapidamente in Dio. »
 
(Bhagavad Gītā, XVIII, 55)

La Bhagavad Gītā è considerata l'essenza di tutta la spiritualità vedica indiana, poiché essa racchiude il senso delle 108 Upaniṣad, le quali a loro volta costituiscono un condensato dei 4 Veda. In essa vengono fusi i due poli della ricerca soggettiva umana: monismo e dualismo.

Diffusione e riferimenti

Più che un astratto trattato di filosofia, la Gītā si può considerare un pratico manuale di vita, nel quale si affrontano tematiche spirituali di valenza universale; questo spiega la notevole diffusione del poema sacro anche in Occidente, in buona parte dovuta anche alla testimonianza di personaggi che basarono la propria vita sugli insegnamenti di questo Testo, tra i quali il Mahatma Gandhi:

  « La mia vita non fu che una serie di tragedie esteriori, e se queste non hanno lasciato su di me nessuna traccia visibile, indelebile, è dovuto all'insegnamento della Bhagavad Gītā. »
 

Capitoli

I diciotto capitoli o canti che costituiscono la Bhagavad Gita corrispondono ai capitoli dal 25esimo al 42esimo del sesto libro (Bhisma Parva, भीष्म पर्व, "libro di Bhisma") del suddetto Mahābhārata.[1]

  • Cap. 1: Arjuna Vishada Yoga, o la Via del Dolore di Arjuna
  • Cap. 2: Samkhya Yoga, o la Via del Samkhya, ovvero la ricerca Dio per il bisogno di vincere e distruggere il dolore
  • Cap. 3: Karma Yoga, o la Via dell'Azione
  • Cap. 4: Jnana Yoga, o la Via della Saggezza Divina
  • Cap. 5: Karma-Sannyasa Yoga, o la Via della Rinuncia ai frutti dell'Azione
  • Cap. 6: Dhyana Yoga, o la Via della Meditazione
  • Cap. 7: Jnana-Vijnana Yoga, o la via della conoscenza dell'Assoluto
  • Cap. 8: Akshara-Brahma Yoga, o la Via dell'Assoluto imperituro
  • Cap. 9: Rajavidya-Rajaguhya Yoga, o la Via della regale Scienza e del regale Segreto
  • Cap. 10: Vibhuti Yoga, o la Via delle Manifestazioni divine
  • Cap. 11: Vishvarupa Darshana Yoga, o la Via della Visione della Forma Universale
  • Cap. 12: Bhakti Yoga, o la Via della Devozione
  • Cap. 13: Kshetra-Kshetrajna Vibhaga Yoga, o la Via della Distinzione tra il Campo e il Conoscitore del Campo
  • Cap. 14: Guna-Traya Vibhaga Yoga, o la Via della Distinzione fra i tre Guna
  • Cap. 15: Purushottama Yoga, o la Via della Persona Suprema
  • Cap. 16: Daivasura-Sampad Vibhaga yoga, o la Via della Distinzione tra le Qualità Divine e quelle demoniache
  • Cap. 17: Shraddha-Traya Vibhaga Yoga, o la via della Distinzione fra i tre tipi di Fede
  • Cap. 18: Moksha-Sannyasa Yoga, o la Via della Liberazione attraverso la Rinuncia

Note

  1. ^ Esnoul 2007, pag.5

Bibliografia

  • Anne-Marie Esnoul (a cura di) Bhagavadgītā, tradotto dal francese da Bianca Candian, Milano, Oriente Universale Economica Feltrinelli, febbraio 2007. ISBN 978-88-07-81953-7


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