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BUDDISMO
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| Buddhismo |
| Fondatore |
Gautama Buddha |
| Divinità |
Nessuna; ma attesa per la nascita del bodhisattva Maitreya, il futuro Buddha e, nel Buddhismo Mahāyāna, presenza di un ricco pantheon di Buddha e Bodhisattva cosmici |
| Tipologia |
Filosofia, Dharmica |
| Nome e numero dei seguaci |
Buddhisti, 576 milioni |
| Testo sacro |
Canone pāli, Canone cinese e Canone tibetano |
| Nato in |
  Nepal |
| Terra Santa |
Bodh Gaya, Lumbini, Sarnath, Kushinagar, Lhasa e altre città |
| Primo paese che ha adottato il Buddhismo |
Impero Maurya |
| Paese con più seguaci |
Cina |
| Rami |
Mahayana, Theravada, Vajrayana |
| Simbolo |
Ruota del Dharma |
| Comunità |
Comunità buddhista |
| Edifici religiosi |
Tempio, Stupa |
| Primo tempio buddhista |
Impero Maurya
Otto Stupa di Ashoka
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| Tempio buddhista più grande del Mondo |
Indonesia
Stupa di Borobudur
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| Clero |
Monaco, Bonzo |
| Religioni relazionate |
Induismo, Taoismo e Scintoismo |
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« Il brāhmana Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto colpito dall'aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo splendore del suo aspetto, che gli chiese:
– Sei per caso un dio?
– No, brāhmana, non sono un dio.
– Allora sei un angelo?
– No davvero, brāhmana.
– Allora sei uno spirito?
– No, non sono uno spirito.
– Allora sei un essere umano?
– No, brahmana, io non sono un essere umano [...]
– [...] E allora, che cosa sei? [...]
– [...] Io sono sveglio. » |
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(Anguttara Nikāya - libro dei quattro - "Dona Sutta")
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Il Buddhismo (sanscrito buddha-śāsana), anche Buddismo[1], è una delle religioni più diffuse e tra le più antiche al mondo. Originato dagli insegnamenti di Siddhārtha Gautama, si compendia nelle dottrine fondate sulle Quattro nobili verità (sanscrito Catvāri-ārya-satyāni). Con il termine Buddhismo si indica più in generale l'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di queste dottrine, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato[2][3]. Sorto nel VI secolo a.C., a partire dall'India il Buddhismo si diffuse nei secoli successivi soprattutto nel Sud-est asiatico e in Estremo Oriente.
Origini del termine
Statua del Buddha Shakyamuni situata nel monastero di Baolian, (isola di Lantau, Cina). Inaugurata il 29 dicembre 1993, alta oltre 26 metri, è una delle più grandi al mondo. La sua mano destra è sollevata nell' abhyamudrā, il "gesto di incoraggiamento" per invitare ad avvicinarsi; la mano sinistra è invece nel varadamudrā, il "gesto di esaudimento", ovvero la disponibilità ad esaudire i desideri dei fedeli.
La parola Buddhismo è di recente coniatura, introdotta in Europa nel XIX secolo per riferirsi a ciò che è correlabile agli insegnamenti di Siddhārtha Gautama in quanto Buddha. In realtà un'unica parola per esprimere questo concetto non esiste in nessuno dei paesi asiatici originari di tale tradizione religiosa.[4] La traduzione dei termini originari letteralmente va intesa come "insegnamento del Buddha" (sanscrito buddha-śāsana, pāli buddha-sāsana, cinese 佛教 pinyin fójiào Wade-Giles fo-tsung, giapponese bukkyō, tibetano sangs rgyas kyi bka' , coreano 불교 pulgyo, vietnamita phật giáo). Originariamente "l'insegnamento del Buddha" si denominava come DharmaVinaya (pāli dhamma-vinaya, cinese 法律 fǎlǜ, giapponese hōritsu, tibetano chos 'dul ba, coreano 법률 pŏmnyul, vietnamita phật pháp), ma questa denominazione non ha avuto quella diffusione nelle lingue asiatiche diverse dal sanscrito quanto invece la denominazione buddha-śāsana. Altri termini sanscriti con cui viene indicato il Buddhismo, nella sua accezione di religione esposta dal Buddha Shakyamuni, sono: buddhânuśāsana, jinaśāsana, tathāgataśāsana, dharma, buddhânuśāsti, śāsana, śāstuḥ ma anche buddha-dharma e buddha-vacana.
Storia
La storia del Buddhismo inizia nel VI secolo a.C., con la predicazione di Siddhārtha Gautama. Nel lungo periodo della sua esistenza, la religione si è evoluta adattandosi ai vari paesi, epoche e culture che ha attraversato, aggiungendo alla sua originale impronta indiana elementi culturali ellenistici, dell'Asia Centrale, dell'Estremo Oriente e del Sud-Est Asiatico; la sua diffusione geografica fu considerevole al punto di aver influenzato in diverse epoche storiche gran parte del continente asiatico. La storia del Buddhismo, come quella delle maggiori religioni, è anche caratterizzata da numerose correnti di pensiero e scismi, con la formazione di varie scuole; tra queste, le più importanti attualmente esistenti sono la scuola Theravāda, le scuole del Mahāyāna e le scuole Vajrayāna.
I fondamenti del Buddhismo
All'origine ed a fondamento del Buddhismo troviamo le Quattro nobili verità. Si narra che il Buddha, meditando sotto l'albero della bodhi, le comprese nel momento del proprio risveglio spirituale [5].
Esse sono riportate nel Dhammacakkappavattana Sutta del Saṃyutta Nikāya del Canone pāli[6] e nel Canone cinese nello Záhánjīng (雜含經, giapp. Zōgon agonkyō, collocato nello Āhánbù, T.D. 99.2.1a-373b) che poi è la traduzione in cinese del testo sanscrito Saṃyuktāgama al cui interno è collocato il Dharmaçakrapravartana Sūtra.[7]
Questo è, sempre secondo la tradizione, il primo discorso del Buddha, tenuto nel parco delle gazzelle nei pressi di Sarnath vicino Varanasi (detta anche Benares) nel 528 a.C. ai suoi primi cinque discepoli, all'età di 35 anni, dopo che nei pressi del villaggio di Bodhgaya, nell'odierno stato del Bihar, aveva raggiunto il risveglio spirituale.
Questo discorso è quindi anche detto il "Discorso di Benares", fondamentale per il Buddhismo, che da questo prende le mosse, tanto dal farlo considerare l'evento che dà inizio al Dharma (sans., Dhamma, pāli), ossia la dottrina buddhista. La ricorrenza di questo evento è infatti oggi festeggiato nei paesi di tradizione theravāda con la festa di Magā Puja, il "giorno del Dhamma". Da altri è invece considerato il punto d'inizio della prima comunità buddhista, formata proprio da quei cinque asceti che lo avevano abbandonato anni prima sfiduciati, dopo essere stati a lungo suoi discepoli.
In questo discorso si identifica il Buddhismo come "La Via di Mezzo" (sanscrito Madhyamāpratipad, pāli Majjhimā pāṭipada) in cui si riconosce che la retta condotta risiede nella linea mediana di condotta di vita evitando tanto gli eccessi e gli assolutismi, quanto il lassismo e l'individualismo.
Nell'esposizione di questo insegnamento il Buddha enuncia le Quattro nobili verità, frutto del proprio risveglio spirituale testé raggiunto. Queste "Quattro Nobili Verità" contemplano l'aspetto pratico della condotta di vita e della pratica spirituale buddhista nel cosiddetto Nobile ottuplice sentiero, che costituisce il secondo cardine dottrinale del Buddhismo.
I punti salienti della visione buddhista della realtà percettiva indirizzata dall'insegnamento del Buddha, sono:
- la dottrina della sofferenza o duḥkha (sans., dukkha, pāli), ossia che tutti gli aggregati (fisici o mentali) sono causa di sofferenza qualora li si voglia trattenere ed essi cessano, oppure si voglia separarsene ed essi permangono.
- la dottrina dell'impermanenza o anitya (sans., anicca, pāli), ossia che tutto quanto è composto di aggregati (fisici o mentali) è soggetto alla nascita ed è quindi soggetto a decadenza ed estinzione con la decadenza ed estinzione degli aggregati che lo sostengono;
- la dottrina dell'assenza di un io eterno e immutabile (ossia di un'anima), la cosiddetta dottrina dell'anātman (sans., anattā, pāli) come conseguenza di una riflessione sui due punti precedenti.
Tale visione è integrata nella:
- dottrina della coproduzione condizionata (sans. pratītyasamutpāda, pāli paṭicca samuppāda), ossia del meccanismo di causa ed effetto che lega l'uomo alle illusioni e agli attaccamenti che costituiscono la base della sofferenza esistenziale;
- dottrina della vacuità (sans. śunyātā, pāli: suññatā) che insiste sull'inesistenza di una proprietà intrinseca nei composti e nei processi che formano la realtà e sulla stretta interdipendenza degli stessi.
Un elemento importante del Buddhismo, riportata in tutti i Canoni, è la conferma dell'esistenza delle divinità come già proclamate dalla letteratura religiosa vedica. Così nel Majjhima nikāya 100 II-212[8] dove al brahmano Sangarava che gli chiedeva se esistessero i Deva, il Buddha storico rispose: «I Deva esistono! È questo un fatto che io ho riconosciuto e su cui tutto il mondo è d'accordo». Sempre nei testi che raccolgono i suoi insegnamenti, testi riconosciuti tra i più antichi in assoluto e conservati sia nel Canone pāli che nel Canone cinese e che la storiografia contemporanea inquadra nel termine Āgama-Nikāya, il Buddha storico consiglia a due brahmana che, dopo aver dato da mangiare a uomini santi, si debba dedicare questa azione alle divinità (Deva) locali che restituiranno l'onore concesso loro assicurando il benessere dell'individuo (Digha-nikāya, 2,88-89[9]). È evidente, a partire da questi due antichi brani, la certezza da parte del Buddha storico che le divinità esistessero e andassero onorate. A differenza, tuttavia, delle altre correnti religiose dell'epoca, il Buddha ritiene che le divinità non possano offrire all'uomo la salvezza dal Saṃsāra, né un significato ultimo della propria esistenza. Va precisato, peraltro, che non esiste, né è mai esistita alcuna scuola buddhista al mondo che affermi, o abbia affermato, l'inesistenza delle divinità. Tuttavia la totale mancanza di centralità delle divinità nelle pratiche religiose e nelle dottrine buddhiste di tutte le epoche ha fatto considerare, da parte di alcuni studiosi contemporanei, il Buddhismo come una religione 'atea' [10].
A questo quadro dottrinario, proprio del Buddhismo dei Nikāya e del Buddhismo Theravāda, il Buddhismo Mahāyāna aggiunge le dottrine esposte nei Prajñāpāramitā sūtra e nel Sutra del Loto. All'interno di questi insegnamenti la dottrina della vacuità (sans. śunyātā) acquisisce un ruolo assolutamente centrale in quanto rende correlate, nella Realtà ultima, tutte le altre realtà e dottrine. Questa unificazione nella vacuità, ovvero di privazione di sostanzialità inerente, fa dichiarare al patriarca del Mahāyāna, Nāgārjuna:
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« Il saṃsara è in nulla differente dal nirvāna. Il nirvāna è in nulla differente dal saṃsara. I confini del nirvāna sono i confini del saṃsara. » |
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(Nāgārjuna, Mūla-madhyamaka-kārikā)
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Per il Sutra del Loto inoltre
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« A beneficio di chi cercava di diventare un ascoltatore della voce, il Buddha rispondeva esponendo la Legge delle Quattro Nobili Verità così che potesse trascendere nascita, vecchiaia , malattia e morte e ottenere il nirvana. A beneficio di chi cercava di diventare pratyekabuddha rispondeva la Legge della dodecupla catena di causalità. A beneficio del bodhisattva rispondeva esponendo le sei paramita, facendo ottenere loro l'anuttara-samyak-sambodhi e acquisire la saggezza onnicomprensiva[11]. » |
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Questa presentazione delle Quattro Nobili Verità nella parte più antica del Sutra del Loto indica che, secondo le dottrine esposte in questro Sutra e attribuite da questo testo allo stesso Buddha Śākyamuni, la dottrina delle Quattro Nobili Verità non esaurisce l'insegnamento buddhista il quale deve invece mirare all'anuttara-samyak-sambodhi ovvero all'illuminazione profonda e non limitarsi al nirvāṇa generato dalla comprensione delle Quattro Nobili Verità. Nel suo complesso anche il Sutra del Loto non insiste sulle dottrine del duḥkha (la sofferenza, la prima delle Quattro nobili verità) e dell' anitya (impermanenza dei fenomeni) quanto piuttosto su quelle dell' anatman e dello śūnyatā (assenza di sostanzialità inerente in tutti i fenomeni). Il Dharma esposto nei primi 14 capitoli del Sutra del Loto corrisponde alla verità dell'apparire dei fenomeni secondo la causazione che segue le dieci condizioni (o "talità", sanscrito tathata) descritte nel II capitolo del Sutra. Il Dharma profondo è quindi nella comprensione della causa dei fenomeni; la realizzazione spirituale, la bodhi profonda (l' anuttarā-samyak-saṃbodhi), consiste nel comprendere questa "causa" dell'esistere, mentre la verità della sofferenza (duḥkha), come anche la dottrina dell'anitya, implica solo un giudizio. Nel Sutra del Loto non viene quindi enfatizzata la verità della sofferenza contenuta nelle Quattro nobili verità. Ecco perché quando il Buddha è sollecitato a insegnare la Legge "profonda" (nel II capitolo) non la esprime con la dottrina delle Quattro Nobili Verità (considerata nel Sutra come dottrina hīnayāna) ma la esprime secondo le dieci talità (o condizioni, sanscrito tathātā, dottrina mahāyāna)[12].
La terza grande corrente del Buddhismo oggi esistente, la corrente Vajrayāna (Veicolo del diamante), è essa stessa uno sviluppo del Buddhismo Mahāyāna. Alle dottrine proprie del Mahāyāna quali ad esempio la vacuità (śunyātā), karuṇā, la bodhicitta il Vajrayāna aggiunge, allo scopo di poter realizzare "in questo corpo e in questa vita" l'"illuminazione profonda", alcuni insegnamenti "segreti" denominati come tantra e riportati nella propria letteratura religiosa.
Testi buddhisti
Il monaco buddhista tibetano Geshe Konchog Wangdu legge dei sutra da una vecchia edizione xilografica del Kanjur.
Fra i testi più antichi del Buddhismo si annoverano i cosiddetti canoni: il Canone pāli (o Pāli Tipitaka), il Canone cinese (大藏經, Dàzàng jīng), e il Canone tibetano (composto dal Kangyur e dal Tenjur) così denominati in base alla lingua degli scritti.
Il Canone pāli è proprio del Buddhismo Theravāda, e si compone di tre piṭaka, o canestri oggi raccolti in 57 volumi: il Vinaya Piṭaka, o canestro della disciplina, con le regole di vita dei monaci; il Sutta Piṭaka o canestro della dottrina, con i sermoni del Buddha; infine l'Abhidhamma Piṭaka o canestro della fenomenologia in ambito cosmologico, psicologico e metafisico, che raccoglie gli approfondimenti alla dottrina esposta nel Sutta Piṭaka.
Il Canone cinese si compone di 2.184 testi a cui vanno aggiunti 3.136 supplementi tutti raccolti oggi in una edizione in 85 volumi.
Il Canone tibetano si suddivide in due raccolte, il Kangyur (composto da 600 testi, in 98 volumi, riporta discorsi attribuiti al Buddha Shakyamuni) e il Tanjur (Raccolta, in 224 volumi, di 3.626 testi tra commentari e insegnamenti).
Parte dei Canoni cinese e tibetano si rifanno ad un precedente Canone tradotto in sanscrito ibrido sotto l'Impero Kushan e poi andato in buona parte perduto. Questi due Canoni furono adottati dalla tradizione Mahāyāna che prevalse sia in Cina che in Tibet. Il Canone sanscrito riportava tutti i testi delle differenti antiche scuole e dei differenti insegnamenti presenti nell'Impero Kushan. La traduzione di tutte queste opere dalle originali lingue pracritiche a quella sanscrita (una sorta di lingua dotta 'internazionale' come lo fu il latino nel Medioevo europeo) fu voluta dagli stessi imperatori kushan. Buona parte di questi testi furono successivamente trasferiti in Tibet e in Cina sia da missionari kushani (ma anche persiani, sogdiani e khotanesi), sia riportati in patria da pellegrini. Da segnalare che le regole monastiche (Vinaya) delle scuole presenti oggi in Tibet e in Cina derivano da due antichissime scuole indiane (vedi Buddhismo dei Nikāya), rispettivamente dalla Mūlasarvāstivāda e dalla Dharmaguptaka.
Correnti del Buddhismo
Diffusione dell' Buddhismo nel mondo
Il Buddhismo si estinse in India, paese d'origine, approssimativamente attorno al XIV secolo. Tuttavia durante più di 1500 anni di storia il Buddhismo Indiano ha sviluppato indirizzi e interpretazioni diverse, anche estremamente complesse. Lo sviluppo di tale complessità si rese necessario con il continuo confronto dottrinale sia all'esterno delle Comunità monastiche con le scuole brahmaniche e jaina, sia all'interno delle stesse per svelare progressivamente gli insegnamenti (soprattutto i c.d. "inesprimibili", sanscrito avyākṛtavastūni) contenuti negli antichi Āgama-Nikāya. Le scuole nate nel sub-continente indiano nel corso di questi 1500 anni di storia sono suddivisibili in tre gruppi:
- Il Buddhismo Tantrico è anch'esso Mahāyāna, e rappresenta la controparte buddhista di un fenomeno più ampio nelle religioni dell'India, il Tantrismo, che ha influenzato anche l'Induismo. Si sviluppò in seno al Buddhismo Mahāyāna e ne influenzò profondamente la pratica, almeno dal VI secolo in poi. Anche noto come Mantrayāna, la sua forma più organizzata è più conosciuta come Buddhismo Vajrayāna o Veicolo del Diamante. Antiche cronache del Buddhismo come la "Storia dell'avvento del Dharma in India" (tib. rGyar-gar chos-'byung) redatta nel 1608 dallo storico tibetano Tāranātha Kunga Nyingpo attestano che, almeno dal X secolo, i centri universitari buddhisti in India dispensavano soprattutto insegnamenti tantrici. Pressocché tutte le scuole tibetane, ma anche diverse scuole estremo-orientali come la giapponese Shingon, appartengono oggi a questo Veicolo.
Il Buddhismo fuori dall'India
Tra le tradizioni che fuori dall'India hanno avuto una lunga storia e un'evoluzione in parte indipendente ricordiamo:
- Il Buddhismo Theravāda o degli Anziani: Sri Lanka, Myanmar, Thailandia, Cambogia e Laos.
- Il Buddhismo cinese, che è storicamente all'origine del Buddhismo coreano, del Buddhismo giapponese e di una parte del Buddhismo vietnamita. Dal Buddhismo giapponese proviene la scuola buddhista Zen che unitamente al nuova organizzazione religiosa, anch'essa di orgine giapponese, Soka Gakkai, risulta tra le scuole buddhiste più diffuse in Occidente.
- Il Buddhismo tibetano praticato in Tibet e in Mongolia e in epoche diverse in Cina, Ladakh, Bhutan, parti del Nepal, presso i Tatari e i Calmucchi in Europa, nello Yunnan nord-orientale e, un tempo, come Buddhismo Vajrayāna in Asia Centrale, Kashmir, Giava, Birmania e Bengala.
- Il Buddhismo in Occidente presente negli Stati Uniti, in Europa ma anche in Canada in Australia e Italia.
Note
- ^ «Dal n. di Budda, lett. "lo svegliato, l'illuminato" (Buddháh, dal part. pass. sans. di bódhati), soprannome del fondatore del buddismo», termine presente in italiano già nel 1839 (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli) e preferibile alla grafia non adattata per i dizionari Treccani, Sabatini-Coletti, De Mauro, Garzanti, Gabrielli, Zingarelli 1995, Devoto-Oli 2006/2007. Numerose enciclopedie preferiscono invece "buddhismo", fra cui la Zanichelli, l'Enciclopedia Rizzoli Larousse (che nella voce generalista inserisce ambedue, ma nei lemmi di approfondimento preferisce la grafia con l'h), l'Enciclopedia Einaudi, nonché tutte le enciclopedie e dizionari specialistici della materia, come il Dizionario di Buddhismo Milano, Bruno Mondadori, 2003; Dizionario della Saggezza Orientale Milano, Mondadori, 2007; Buddhismo, Enciclopedia delle Religioni a cura di Mircea Eliade, Milano, Jaca Book, 2004; Buddhismo Milano, Electa, 2005; Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche Roma, Rai; Enciclopedia di Filosofia Milano, Garzanti, 1985; Dizionario di Filosofia Milano, Rizzoli, 1976; Enciclopedia delle Religioni Milano, Garzanti, 1996; Dizionario delle Religioni orientali Milano, Vallardi, 1993; Dizionario di Sapienza orientale Roma, Edizioni Mediterranee, 1985; Dizionario del buddhismo Milano, Garzanti, 1994; Dizionario delle Mitologie e Religioni Milano, Rizzoli, 1989; Immagini Buddhiste, Dizionario iconografico del Buddhismo Roma, Mediterranee,1986; Dizionario buddhista Roma, Ubaldini, 1981; Dizionario delle opere filosofiche Milano, Bruno Mondadori, 2000; Dizionario letterario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi Milano, Bompiani, 1947; Cronologia universale Torino, UTET, 2002; Enciclopedia Universale dell'Arte, Istituto per la Collaborazione Culturale, Venezia-Roma, parte editoriale a cura della Casa Editrice G. C. Sansoni, Firenze, 1958, quindi Casa Editrice Sadea, Firenze, 1971 e Roma, 1976, quindi Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 1980; tranne il Dizionario del Buddismo, Esperia, Milano, 2006 e l'enciclopedia Treccani.
- ^ «La nozione di "buddhismo" che poi raggruppa un insieme assai articolato d'indirizzi dottrinali in competizione tra loro, privilegia indebitamente ciò che li accomuna rispetto a ciò che costituisce la loro peculiarità, dando l'impressione erronea che si tratti di un movimento unitario piuttosto che di un fascio di numerose scuole divergenti (i cosidetti nidāna, infelicemente resi con "sètte" nella letteratura corrente) come è invece il caso.» (M. Piantelli. Il buddhismo indiano in Buddhismo a cura di Giovanni Filoramo. Bari, Editori Laterza, 2007, pag.5)
- ^ Frank E. Reynolds e Charles Hallisey in Buddhismo Enciclopedia delle Religioni diretta da Mircea Eliade. Milano, Città Nuova-Jaca Book, 1986, pag. 67-8.)
- ^ «Il concetto di Buddhismo fu creato circa tre secoli fa per indicare una tradizione religiosa panasiatica risalente a cira 2.500 anni fa.», Frank E. Reynolds e Charles Hallisey in Buddhism: An Overwiev, Encyclopedia of Religion, USA, Mc Millian References, 1994, anche Second Edition 2005, Vol. II pag.1087.
- ^ Vi sono molti termini sanscriti e pāli che indicano questo stato di "risveglio spirituale". Il più comune è bodhi (sia sanscrito che pāli). In cinese viene reso con 菩提 pútí (giapp. bodai). Una resa ben più antica di questa è 道 (dao giapp. dō che significa anche "Via"). Più recente invece è 覺 (jué o jiǎo, giapp. kaku o gaku). Da ricordare anche 三菩提 (sānpútí, che indica il sanscrito saṃbodhi, giapp. sanbodai, tibetano rdzogs par byang chub pa), Molto utilizzato nelle scuole del Buddhismo Zen è 悟 (wù, giapp. satori o go) che attiene tuttavia maggiormente al significato di "comprensione della Realtà"; peraltro il termine giapponese satori deriva dal verbo satoru che significa "conoscere", "comprendere". Sempre in questa scuola un utilizzo più vicino al sanscrito bodhi è certamente kenshō (見性, cin. jiànxìng) nel suo significato di "guardare la propria natura di Buddha" (ovvero attualizzare la propria natura "illuminata"). In tibetano bodhi è reso con byang chub.
- ^ Thanissaro Bhikkhu (trad.). (EN) Dhammacakkappavattana Sutta - Setting the Wheel of Dhamma in Motion (la messa in moto della ruota del Dhamma), pp. 1. Access to Insight edition, 24-03-2008. URL consultato il 08-04-2009.
- ^ Da tenere presente che i due testi appartengono a due scuole differenti del Buddhismo dei Nikāya. Il primo appartiene alla scuola cingalese Theravāda e proviene, probabilmente, dalla scuola indiana Vibhajyavāda; il secondo appartiene invece alla scuola Mulasarvāstivāda che deriva a sua volta dalla scuola Sarvāstivāda.
- ^ (EN) Majjhima nikāya 100 - Sangarava Sutta, pp. 1. Mahindarama. Kampar Road 10460, Penang, Malaysia. URL consultato il 04-04-2009.
- ^ Sister Vajira (trad.); Francis Story (trad.). (EN) Maha-parinibbana Sutta - Last Days of the Buddha (gli ultimi giorni del Buddha). Buddhist Publication Society, 1998. URL consultato il 08-04-2009.
- ^ Hoseki Schinichi Hisamatsu, Una religione senza Dio. Satori e ateismo Roma, Il Nuovo Melangolo, 1996.
- ^ Sutra del Loto ( tr. Burton Watson, Milano, Esperia, 1997), pag. 16
- ^ Cfr., tra gli altri, John Ross Carter. Quattro nobili verità-Interpretazioni del Mahāyāna. In Encyclopedia of Religion vol.5. NY, MacMillan, 2004, pagg. 3179 e segg.
Bibliografia
Di seguito una bibliografia ragionata dei testi 'del' e 'sul' Buddhismo in lingua italiana.
Testi storiografici sul buddhismo, tutte le scuole e tutti i paesi [modifica]
- Giovanni Filoramo (a cura di); Mario Piantelli, Ramon N. Prats, Erich Zürcher, Pier Paolo Del Campana, Heinz Beckert, Martin Baumann, Buddhismo, Bari, Laterza, 2007. ISBN 9788842083634
- Richard H. Robinson; Willard L. Johnson, La religione buddhista, Roma, Ubaldini, 1998. ISBN 8834012682
- Henri-Charles Puech (a cura di); Giuseppe Tucci, André Bareau, Anne Marie Blondeau, Paul Demiéville, Gaston Renondau, Bernard Frank, Pierre Bernard Lafont, Mauro Bergonzi, Storia del Buddhismo, Bari, Laterza, 1984.
Sono i testi ritenuti canonici da tutte le scuole buddhiste. Occorre ricordare che la scuola Theravāda considera "canoniche" solo le opere contenute nel Canone pāli.
- La Rivelazione del Buddha - I testi antichi, Raniero Gnoli (a cura di), Milano, Mondadori, 2001. ISBN 8804478985
- Contiene una selezione di scritti dal Canone pāli, dal Canone tibetano nonché un sūtra, lo Śālistambasūtra, scoperto agli inizi dello scorso secolo nel Gilgit.
- Canone buddhistico - Testi brevi, Vincenzo Talamo (a cura di), Torino, Bollati Boringhieri, 1961 (rist. 2000). ISBN 8833912604
- Contiene il Dhammapada, Itivuttaka e il Suttanipata estratti dal Canone pāli.
- Saṃyutta Nikāya'', Vincenzo Talamo (a cura di), Roma, Ubaldini, 1998. ISBN 8834012933
- È la pubblicazione del terza raccolta contenuta del Sutta Pitaka del Canone pāli.
Sono testi considerati canonici solo dalle scuole del Buddhismo Mahāyāna e del Buddhismo Vajrayāna. Non sono ritenuti canonici dalla scuola Theravāda e dalle altre scuole del Buddhismo dei Nikāya, queste ultime tutte scomparse.
- La Rivelazione del Buddha - Il Grande veicolo, Raniero Gnoli (a cura di), Milano, Mondadori, 2001. ISBN 8804513543
- Contiene una raccolta di sūtra del Buddhismo Mahāyāna (tra gli altri contiene una traduzione integrale del Śūraṃgamasamādhi sūtra) e di tantra del Buddhismo Vajrayāna nonche commentari ed opere esegetiche estratti dal Canone cinese e dal Canone tibetano.
- Sutra del Loto, introduzione di Francesco Sferra, traduzione dal sanscrito e note di Luciana Meazza, Milano, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2001. ISBN 978-88-1712704-2
- Sutra del Loto, introduzione di Burton Watson, Milano, Edizioni Esperia, 1997. ISBN 88-86031-33-5
- I libri buddhisti della sapienza, introduzione di Edward Conze, Roma, Ubaldini, 1976.
- Contiene la traduzione del Sutra del Diamante e del Sutra del Cuore.
Miscellanea
- Peter Harvey, Introduzione al Buddhismo. Insegnamenti, storia e pratiche, Le Lettere, 1998. ISBN 887166390X
- Christmas Humphreys, Dizionario buddhista, Astrolabio Ubaldini, 1981. ISBN 883400681X
- Klaus K. Klostermeier, Buddhismo. Una introduzione, Fazi, 2005. ISBN 8881126036
- Kulananda, Buddhismo, Armenia, 1997. ISBN 8834407857
- Damien Keown, Buddhismo, Einaudi, 1996. ISBN 8806147978
- Luciana Meazza, Le filosofie buddhiste, Xenia, 1998. ISBN 8872733006
- Lama Ole Nydahl, Buddhismo della Via di Diamante, Mediterranee,
- Mario Piantelli, Il Buddhismo Indiano in Storia delle religioni - 4. Religioni dell'India e dell'Estremo Oriente, Giovanni Filoramo (a cura di), Roma-Bari, Laterza, 1996. pp. 275-368.
- Mauricio Y. Marassi, Il Buddhismo mahāyāna attraverso i luoghi, i tempi e le culture. L'India e cenni sul Tibet, Genova-Milano, Marietti, 2006. ISBN 8821165493
- Giangiorgio Pasqualotto, Illuminismo e illuminazione. La ragione occidentale e gli insegnamenti del Buddha, Roma, Donzelli, 1997. ISBN 8879893491
- Stephen Batchelor, Il Buddhismo senza fede, Neri Pozza, 1998. EAN 9788873056508
- Alexandra David-Nèel, Il Buddhismo del Buddha, Genova, ECIG, 2003.
- Bernie Glassman, Cerchio infinito. La via buddhista all'Illuminazione, Mondadori, 2003.
Gautama Buddha
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Gautama Buddha (Lumbini, aprile o maggio 566 a.C. – Kuśināgara, 486 a.C.) è stato un religioso, monaco e asceta indiano.
Gautama Buddha, al secolo Siddhārtha[1] Gautama (sanscrito, devanāgarī सिद्धार्थ गौतम; pāli, Siddhattha Gotama), fondatore del Buddhismo, è considerato una delle più importanti figure spirituali e religiose dell'Asia. Gautama Buddha visse approssimativamente tra il 566 a.C. e il 486 a.C. Siddhārtha Gautama proveniva da una famiglia ricca e nobile del clan degli Śākya, da cui anche l'appellativo di Śākyamuni (शाक्यमुनि).
Un solo Gautama Buddha, diversi nomi
Il termine sanscrito e pāli Buddha indica, nel contesto religioso e culturale indiano, "colui che si è risvegliato" o "colui che ha raggiunto l'illuminazione".
Altri appellativi con cui viene spesso indicato Gautama Buddha sono i termini sanscriti:
- Tathāgata: "Colui che va così", epiteto con cui Gautama Buddha indica sé stesso nei suoi sermoni;
- Śākyamuni: "Il saggio dei Śākya" (riferito al clan a cui apparteneva Gautama Buddha), utilizzato soprattutto nella letteratura del Buddhismo Mahāyāna;
- Sugata: "Colui che è andato nel bene", utilizzato soprattutto nell'ambito delle scritture del Buddhismo Vajrayāna;
- Nella letteratura di scuola Theravāda viene indicato con il nome pāli di Gotama Buddha;
- In cinese viene indicato come: 釋迦牟尼 Shìjiāmóuní;
- In coreano viene indicato come: 석가모니 Seoggamoni o Sŏkkamoni;
- In giapponese viene indicato come: 釋迦牟尼 Shakamuni
- In vietnamita viene indicato come: Thích ca mâu ni
- In tibetano viene indicato come : Shākya thub-pa
La vita di Gautama Buddha secondo le tradizioni buddhiste
Dipinto raffigurante Gautama Buddha circondato dai suoi discepoli nel Parco delle gazzelle a Varanasi (dal tempio Wat Chedi Liem, Thailandia). Le mani di Gautama Buddha sono nel "gesto della meditazione" ( dhyanāmudrā). La testa è circondata dall' aureola (sans. prabhā), un prestito della cultura greco battriana come la protuberanza cranica (sans. uṣṇīṣa). Siede sopra un fiore di loto (sans. padma) simbolo della purezza [2] e protetto da un albero di Ficus religiosa (sans. aśvattha).
La nascita di Gautama Buddha nel bosco di Lumbinī.
Sulla vita di Gautama Buddha esistono numerose tradizioni canoniche. La più antica biografia autonoma di Gautama Buddha ancora oggi disponibile è il Mahāvastu, un'opera della scuola Lokottaravāda del Buddhismo dei Nikāya risalente agli inizi della nostra Era, redatta in sanscrito ibrido.
Poi conserviamo anche il Lalitavistara, l' Abhiniṣkramaṇasūtra (di questo sutra disponiamo ben cinque versioni nel Canone cinese) e il Buddhacharita di Aśvaghoṣa.
Più tarda (IV, V secolo d.C.) è la raccolta biografica, sempre autonoma, contenuta nel Mūla-sarvāstivāda-vinaya-vibhaṅga. Episodi della sua vita (ma non come biografie autonome) si conservano anche nelle raccolte dei suoi discorsi riportati negli Āgama-Nikāya.
Secondo Erich Frauwallner [3]tutto questo materiale biografico (autonomo o inserito nelle raccolte dei sermoni di Gautama Buddha) farebbe parte di una prima biografia composta un secolo dopo la sua morte, e inserita come introduzione allo Skandhaka, a sua volta un testo del Vinaya. Di diverso avviso sono altri studiosi come Étienne Lamotte [4]e André Bareau [5]per i quali invece le biografie di Gautama Buddha hanno subìto una graduale evoluzione partendo proprio dalle narrazioni episodiche contenute negli Āgama-Nikāya e nei Vinaya per poi evolversi nelle raccolte autonome come il Mahāvastu.
Nel complesso queste biografie tradizionali narrano della sua nascita avvenuta nel Nepal meridionale, a Lumbinī (non distante da Kapilavastu), e raccolgono numerosi racconti e leggende che hanno l'obiettivo di evidenziare la straordinarietà dell'avvenimento: miracoli che ne annunciano il concepimento, chiari segnali che il bimbo che stava per venire al mondo sarebbe stato un Buddha.
La sua famiglia di origine (gli Śākya) si dice fosse ricca: una stirpe guerriera che dominava il paese e che aveva come capostipite leggendario il re Ikṣvāku.
Il padre di Siddartha, il rāja Śuddhodana, regnava su uno dei numerosi stati in cui era politicamente divisa l'India del nord. La madre di nome Māyā (o Mahāmāyā) è descritta di grande bellezza.
Nel Buddhacarita, Mahāmāyā sognò che un elefante bianco gli penetrò nel corpo senza alcun dolore e ricevette nel grembo, "senza alcuna impurità", Siddharta che fu partorito nel bosco di Lumbinī dove il figlio gli nacque da un fianco senza alcun dolore. Siddharta, sempre secondo il racconto del Buddhacarita, nacque pienamente cosciente e con un corpo perfetto e luminoso e dopo sette passi pronunciò le seguenti parole:
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« Per conseguire l'Illuminazione io sono nato, per il bene degli esseri senzienti; questa è la mia ultima esistenza nel mondo » |
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Sempre secondo il Buddhacarita (canto I) dopo la nascita di Siddartha furono invitati a corte brahmani e asceti per una cerimonia di buon auspicio. Durante questa cerimonia si racconta che il vecchio saggio Asita trasse, com'era consuetudine, l'oroscopo del nuovo nato e riferì ai genitori dell'eccezionale qualità del neonato e la straordinarietà del suo destino: tra le lacrime, spiegò che egli sarebbe infatti dovuto diventare o un Monarca universale (Chakravartin, sans., Cakkavattin, pāli), oppure un asceta rinunciante destinato a conseguire il risveglio, che avrebbe scoperto la Via che conduce al di la della morte, ossia un Buddha[6]. Alla richiesta di spiegazioni sulla ragione delle sue lacrime, il vecchio saggio spiegò che erano dovute sia alla gioia d'aver scoperto un tale essere al mondo, sia alla tristezza che gli derivava il constatare che la sua età troppo avanzata non gli avrebbe permesso di ascoltare e di beneficiare degli insegnamenti di un tale essere realizzato. Si fece pertanto giurare dal nipote Nālaka che lui avrebbe seguito il Maestro una volta che fosse cresciuto e che ne avrebbe imparato e messo in pratica gli insegnamenti[7].
Il padre rimase turbato dalla possibilità che il figlio lo abbandonasse, privandolo della legittima successione al trono, e organizzò tutto quanto potesse impedire l'evento premonito. La madre Māyā morì a soli sette giorni dal parto e il bimbo venne quindi allevato dalla seconda moglie del re Suddhodana, Pajāpatī, una sorella minore della defunta Māyā, nel più grande sfarzo. Figlio, quindi, di un rāja, cioè di un capo eletto dai maggiorenti cui era affidata la responsabilità del governo, ricevette il nome di Siddharta (="quegli che ha raggiunto lo scopo") Gautama ("l'appartenente al ramo Gotra degli Śākya"), ma in seguito sarà indicato con altri appellativi sui quali emerge quello di Buddha che significa "il Risvegliato", o "l'Illuminato".
Siddharta mostrò una precoce tendenza contemplativa, mentre il padre l'avrebbe voluto guerriero e sovrano anziché monaco. Il principe si sposò giovane, all'età di sedici anni, con la cugina Bhaddakaccānā, nota anche con il nome di Yashodharā, con la quale ebbe, tredici anni più tardi un figlio, Rāhula. Nonostante però fosse stato allevato in mezzo alle comodità e al lusso principesco e fatto partecipare alla vita di corte in qualità di erede al trono, la profezia del saggio Asita puntualmente s'avverò.
All'età di 22 anni, ignaro della realtà che si presentava fuori della reggia, uscito dal palazzo reale paterno per vedere la realtà del mondo circostante, testimoniò la crudezza della vita in un modo che lo lasciò attonito. Incontrando un vecchio, un malato e un morto (altre fonti narrano di un funerale), comprese improvvisamente che la sofferenza accomuna tutta l'umanità e che le ricchezze, la cultura, l'eroismo e tutto quanto gli avevano insegnato a corte erano valori effimeri e caduchi. Capì che la sua era una prigione dorata e cominciò interiormente a rifiutare agi e ricchezze. Poco dopo essersi imbattuto in un monaco mendicante, calmo e sereno, stabilì di rinunciare alla famiglia, alla ricchezza, alla gloria ed al potere per cercare la liberazione[8]. Secondo il Buddhacarita (canto V), una notte, mentre la reggia era avvolta nel silenzio e tutti dormivano, complice il fedele auriga Chandaka, montò sul suo cavallo Kanthaka e abbandonò la famiglia ed il reame per darsi alla vita ascetica[9]. Secondo un'altra tradizione comunicò piuttosto la propria decisione ai genitori e, nonostante le loro suppliche e lamenti, si rase il capo e il volto, smise i suoi ricchi abiti e lasciò la famiglia e la casa[10]. Fece voto di povertà e compì un percorso tormentato d'introspezione critica. La tradizione vuole ch'egli abbia intrapreso la ricerca dell'illuminazione a 29 anni (536 a.C.).
Dopo aver vagabondato senza meta per alcuni anni nella regione di Rājagaha, soggiornando presso i maestri Āḷāra Kālāma[11] e Uddaka Rāmaputta[12], in seguito si stabilì presso Uruvelā, dove il fiume Nerañjarā (l'odierno Nīlājanā) confluisce nel Mohanā per formare il fiume Phalgu. Qui trascorse quasi sei anni nel più rigido ascetismo, fino quasi a morirne, insieme a cinque discepoli di famiglia brahmanica: i venerabili Ajñāta Kauṇḍinya, Bharika, Daśabala-Kāśyapa, Mahānāman e Aśvajit. Quivi comprese, infine, l'inutilità delle pratiche ascetiche estreme e dell'automacerazione (tāpas) e tornò a una dieta normale[13] accettando una tazza di riso bollito nel latte offertogli da una ragazza di nome Sujatā. Ciò gli costò l'alienazione e la perdita dell'ammirazione dei suoi discepoli, che videro nel suo gesto un segno di debolezza. Desideroso di conoscere le cause della miseria presente nel mondo, capì che la conoscenza salvifica poteva essere trovata solo nella meditazione di profonda visione.
All'età di 35 anni, nel 530 a.C., dopo sette settimane di profondo raccoglimento ininterrotto, in una notte di luna piena del mese di maggio, seduto sotto un albero di fico a Bodh Gaya[14], a lui si spalancò l'illuminazione perfetta: egli meditò una notte intera fino a raggiungere il Nirvāṇa[15].
Il Buddha conseguì, con la meditazione, livelli sempre maggiori di consapevolezza: afferrò la conoscenza delle Quattro nobili verità e dell'Ottuplice sentiero e visse a quel punto la Grande Illuminazione, che lo liberò per sempre dal ciclo della rinascita (da non confondersi con la dottrina induista della reincarnazione, che fu esplicitamente rigettata con la dottrina del "non Sé", anatman).
Dotato di sovrumana conoscenza, trascorse le settimane seguenti a contemplare i vari aspetti del Dharma (dottrina o legge della natura) che aveva compreso e si rese conto delle Quattro nobili verità: sul dolore, sull'origine del dolore, sulla soppressione del dolore, sulla via che porta alla soppressione del dolore.
Il Buddha decise di predicare il Dharma recandosi dapprima a Varanasi (Benares) dai suoi antichi discepoli, che lo accolsero come maestro e divennero monaci; presso il Parco delle gazzelle tenne poi il suo primo sermone, in cui espose le dottrine fondamentali del buddhismo, come il principio fondamentale della "via di mezzo", disciplina monastica che equilibra gli estremi della rinuncia a se stessi e dell'indulgenza verso se stessi. Non erano in tanti a comprendere appieno il messaggio riformatore e molti, anzi, ostacolarono la sua predicazione.
Animato da profonda pietà per gli uomini e dal desiderio di salvarli, Siddartha si diresse verso Varanasi seguito da cinque discepoli affascinati dalla bellezza della sua dottrina e percorse per oltre quarant'anni il Nord dell'India insegnando e predicando il suo messaggio di speranza e di felicità, che si raggiunge non come dono divino, ma come conquista della propria consapevolezza, della propria autodisciplina e dedizione. Nonostante la dottrina buddhista, come tutte le altre dottrine indiane coeve, non prenda in alcun modo in considerazione la figura di un Dio creatore e legislatore del mondo, vi si incontrano lo stesso figure paragonabili ai santi, angeli, demoni e anime del Cristianesimo; così come ammette una sorta di paradiso e d'inferno, come luoghi di beatitudine e di espiazione, però temporanea.
Accompagnato dai discepoli il Buddha percorse la valle del Gange, diffondendo la sua dottrina e fondando comunità monastiche che accoglievano chiunque, indipendentemente dalla condizione sociale e dalla casta di appartenenza e fondando il primo ordine monastico mendicante femminile della storia. A condizione che l'adepto accettasse le regole della nuova dottrina, ognuno era ammesso.
Si stabilì quindi nel 525 a.C. a Śrāvastī (sans., pāli, Sāvatthi) in un monastero donatogli da un facoltoso ammiratore, Sudatta, detto Anāthapiṇḍika per la sua prodigalità e istinto compassionevole. Sebbene i monasteri a lui ispirati sorsero numerosi nelle principali città lungo il Gange, la sua lunga carriera di maestro e di guida spirituale non fu del tutto esente da problemi anche gravi (diversi brahmani e asceti di altre dottrine cercarono con ogni mezzo di arginare la diffusione del Buddhismo), tentativi di scisma e persino di assassinio.
Secondo la tradizione, Siddharta Gautama morì a Kuśināgara, in India, a ottant'anni[16], nel 486 a.C. circondato dai suoi discepoli, tra i quali l'affezionato attendente prediletto Ānanda, al quale lasciò le sue ultime disposizioni. Prima di spirare, rivolgendosi ai discepoli avrebbe pronunciato le seguenti parole:
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« Ricordate, o monaci, queste mie parole: tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi! Dedicatevi con diligenza alla vostra propria salvezza! » |
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A quanto attestato dalla tradizione predisse la sua morte e ne avvisò i discepoli, ma rifiutò di fornire indicazioni precise riguardo all'organizzazione futura e alla diffusione della sua dottrina, sostenendo di aver già insegnato loro tutto quanto fosse necessario per la salvezza.
Prima di raggiungere l'Illuminazione o Risveglio (in sanscrito bodhi) e intraprendere la predicazione della Dottrina (Dharma), Gautama intraprese per sei anni (così tramandano le fonti) varie forme anche estreme di ascesi (definite tāpas, forme arcaiche di meditazione e yoga). Questo periodo della sua vita segnò un punto molto importante per il suo insegnamento: il Buddha visse tutte le esperienze umane possibili: l'ascesi, il potere, la fame, la mortificazione del corpo, la povertà, la solitudine, il matrimonio e l'amore.
Il Buddha predicò una dottrina e una prassi volte all'affinamento della conoscenza e della consapevolezza fino all'estinzione (nirvāṇa), che si discosta dagli eccessi sensuali così come dall'ascetismo esasperato che ottunde la mente e nuoce al corpo. Suoi interlocutori principali saranno i monaci, prima compagni di ricerca e poi seguaci, che formeranno una comunità sempre più folta dotata di regole proprie. Predicò anche ai laici indicando una via di moderazione e controllo delle passioni che conduce a una migliore condizione di esistenza.
La sua predicazione segnò sotto molti aspetti un punto di radicale rottura con la dottrina del Brahmanesimo (che successivamente prendera la forma di Induismo) e dell'ortodossia religiosa indiana dell'epoca. Infatti, in maniera non dissimile da quello del fondatore del Jainismo, Mahāvīra, il suo insegnamento non riconosceva il predominio della casta brahmanica sull'ufficio della religione e la conoscenza della verità, bensì a tutte le creature che vi aspirino praticando il Dharma.
Predicazione ed insegnamento
Negli anni successivi al nirvāṇa, Buddha si dedicò alla predicazione e fondò un ordine di monaci. Molto frequentemente, alcuni monaci chiedevano al loro maestro che spiegasse meglio alcuni punti, soprattutto che sciogliesse alcune questioni filosofiche circa l'eternità dell'universo, la differenza o identità fra corpo ed anima. Buddha si rifiutò sempre di affrontare argomenti metafisici ed astratti, considerandoli ininfluenti davanti allo scopo finale del suo insegnamento: il raggiungimento della tranquillità necessaria per il nirvāṇa.
Allo stesso modo il Buddha preferì non prendere mai una posizione netta all'interno della schermaglia fra i sostenitori dell'esistenza dell'io e della non esistenza dell'io. Anche in questo caso, l'unica soluzione alla controversia consiste nel nirvāṇa, esperienza ineffabile e per questo impossibile da spiegare o interpretare a parole.
Gli ultimi anni della vita del Buddha furono piuttosto disgraziati. Al compimento del suo settantesimo compleanno, un suo invidioso cugino, Devadatta provò ad ucciderlo attraverso degli assassini al soldo e in seguito con un elefante selvaggio. Non riuscendoci, Devadatta creò uno scisma insieme ad altri monaci, e predicò una ascesi molto più radicale di quella puramente buddhista.
Due fra i discepoli più vicini a Buddha, Śāriputra e Maudgalyāyana, riuscirono a riportare sulla strada maestra gli ex-seguaci di Devadatta. In questi anni si verificò anche la rovina del suo clan, gli Śākya e i suoi due discepoli più affezionati morirono.
Sulla morte di Buddha, così come la sua cerimonia funebre, sono stati scritti moltissimi racconti. Sembra che la causa della sua morte sia da attribuire ad un cibo che contribuì ad aggravare una malattia da cui si era appena rimesso.
La sua vita, i suoi discorsi, il ruolo monastico che ricoprì e l'influenza che ebbe in senso generale specie sulla cultura asiatica (ma anche per certi versi su quella occidentale), sono stati studiati e trasmessi ai posteri solo dopo la sua morte dai discepoli della comunità buddhista delle origini (il Saṃgha), dapprima secondo la tradizione orale e successivamente attraverso testi più elaborati in seno alla dottrina buddhista. Il corpus letterario del Buddhismo, costituito da un nucleo fondamentale e da molti testi aggiunti in seguito nelle diverse correnti, è noto con la denominazione sanscrita di Tripitaka e fu tradotto in molte lingue asiatiche.
La vita di Gautama Buddha secondo la storiografia contemporanea
L'indagine storico-critica della figura di Gautama Buddha si avviò a partire dalla fine del XIX secolo. Studiosi come Thomas William Rhys Davids (1843-1922), Caroline Augusta Foley Rhys Davids (1857-1942) e Hermann Oldenberg (1854-1920) analizzando il Canone buddhista scritto in lingua pāli cercarono di eliminarne gli evidenti contenuti mitici per tentare una ricostruzione storica della figura del fondatore del Buddhismo. Tale approccio è tuttavia oggi ritenuto superato [17]e se anche la maggioranza degli studiosi ritiene l'esistenza storica di Gautama Buddha un fatto acclarato [18], considera estremamente difficile ricostruirne la vita e, persino, stabilire con contezza il periodo dell'esistenza.
Scarse sono infatti le testimonianze storiche circa la vita del fondatore del Buddhismo e controverse sono le stesse date. Risulta pertanto arduo separare leggenda e realtà e collocare storicamente le vicende della vita del Buddha, poiché i riscontri a noi pervenuti non sono sempre attendibili. Gran parte delle fonti, sono infatti posteriori di almeno duecento anni rispetto agli eventi della vita di Siddhartha Gautama. In più, le cronache storiche indiane non sono rigorose nel separare eventi reali dal mito e dalla leggenda.
Tutte le fonti tradizionali concordano tuttavia sul fatto che Siddhārtha Gautama sia vissuto per ottanta anni.
- Secondo le cronache singalesi riportate nel Dīvapaṃsa e nel Mahāvaṃsa Siddhartha Gautama sarebbe nato 298 anni prima dell'incoronazione del re indiano Aśoka e morto (parinirvāṇa) 218 anni prima dello stesso evento. Queste cronache indicano come il 326 a.C. l'anno della salita al trono da parte di questo re indiano. In base a questa tradizione, diffusa nei paesi buddhisti theravāda (Sri Lanka, Thailandia, Birmania, Cambogia e Laos), Siddhārtha Gautama sarebbe nato nel 624 a.C. e morto nel 544 a.C.[19]
- Gli studiosi occidentali e indiani, seguendo fonti greche, spostano la data dell'incoronazione di Aśoka al 268 a.C. e quindi ritengono che Siddhārtha Gautama sia nato nel 566 a.C. e morto nel 486 a.C.
- Studiosi giapponesi e lo studioso tedesco Heinz Bechert [20]seguendo fonti indiane riportate nei canoni buddhisti cinese e tibetano che attestano la nascita di Siddhārtha Gautama 180 anni prima della incoronazione di Aśoka e la sua morte 100 anni dopo, le incrociano con le fonti greche e giungono invece a ritenere che l'anno di nascita del fondatore del Buddhismo sia il 448 a.C. mentre la morte sia avvenuta nel 368 a.C.
Altro non si può sostenere e, come ricorda Étienne Lamotte[21], il tentativo di ricostruire o tracciare la vita di Gautama Buddha è «una impresa priva di speranza».
L'unica cosa che si può affermare con contezza è quindi che il Buddha visse in India in un periodo compreso tra il VI e il IV secolo a.C. comunque proprio in quel particolare periodo a cui Karl Jaspers [22]ha dato il nome di "periodo assiale" della storia mondiale.
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« In questo periodo si concentrano i fatti più straordinari. In Cina vissero Confucio e Lǎozǐ, sorsero tutte le tendenze della filosofia cinese, meditarono Mòzǐ, Zhuāng Zǐ, Lìe Yǔkòu e innumerevoli altri. In India apparvero le Upaniṣad, visse Buddha e, come in Cina, si esplorarono tutte le possibiltà filosofiche fino allo scetticismo e al materialismo, alla sofistica e al nihilismo. In Iran Zarathustra propagò l'eccitante visione del mondo come lotta fra bene e male. In Palestina fecero la loro apparizione i profeti, da Elia a Isaia e Geremia, fino a Deutero-Isaia. La Grecia vide Omero, i filosofi Parmenide, Eraclito e Platone, i poeti tragici, Tucidide e Archimede. Tutto ciò che tali nomi implicano prese forma in pochi secoli quasi contemporaneamente in Cina, in India e nell'Occidente, senza che alcuna di queste regioni sapesse delle altre. La novità di quest'epoca è che in tutti e tre i mondi l'uomo prende coscienza dell' "Essere" nella sua interezza (umgreifende: ulteriorità onnicomprensiva), di se stesso e dei suoi limiti. Viene a conoscere la terribilità del mondo e la propria impotenza. Pone domande radicali. Di fronte all'abbisso anela alla liberazione e alla redenzione. Comprendendo coscientemente i suoi limiti si propone gli obiettivi più alti. Incontra l'assolutezza nella profondità dell'essere-se-stesso e nella chiarezza della trascendenza,. Ciò si svolse nella riflessione. La coscienza divenne ancora una volta consapevole di se stessa, il pensiero prese il pensiero ad oggetto. » |
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(Karl Jaspers)
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In altri termini, nel periodo assiale, sembra che l'umanità abbia fatto un incredibile salto nell approfondimento della conoscenza di sé e si sia operata una trasformazione globale dell'essere umano a cui, sempre secondo Jaspers, «si può dare il nome di spiritualizzazione».
Premesso ciò, della vita di Gautama Buddha possiamo ricostruire solo un quadro piuttosto generico: fu un rinunciante e asceta, unitamente ad altri rinuncianti indiani ebbe una visione "critica" del mondo e delle sue "illusioni" e praticò e predicò delle tecniche meditative (yoga). Predicò anche una vita comunitaria tra rinuncianti disciplinata da alcune precise regole e raccolse intorno a sé altri monaci, ma anche laici, che ne seguivano gli insegnamenti. Fu senza dubbio una personalità carismatica.
A questo quadro, gli storici Frank E. Reynolds e Charles Hallisey[23] aggiungono alcune altre informazioni che, nella loro peculiarità e specificità, ritengono difficilmente "inventate" dalla successiva tradizione; per questi autori è molto probabile che Gautama Buddha:
- appartenesse alla casta degli kṣatrya;
- nacque nel clan degli Śākya;
- fosse sposato con un figlio;
- abbracciò la vita di asceta itinerante senza il permesso del padre;
- andò incontro ad un fallimento quando per la prima volta comunicò la sua esperienza dell'illuminazione;
- rischiò di perdere la guida della comunità da lui fondata a causa di un suo cugino che propose delle regole maggiormente ascetiche;
- morì in un luogo remoto dopo aver mangiato del cibo avariato.
Curiosità
Secondo lo storico dell'arte lituano Jurgis Baltrušaitis (1903-1988)[24], la biografia del Buddha era conosciuta in Occidente già nell'XI secolo nella forma della leggenda di Josafat (o Josaphat storpiatura del sanscrito Bodhisattva) che assieme a Barlaam è protagonista di un racconto attribuito a San Giovanni Damasceno. La storia di Barlaam e Iosafat arriva in Europa attraverso la tradizione islamica ed è una rilettura della vita del Buddha in chiave cristiana.
Note
- ^ È da notare che l'errata trascrizione "Siddharta" al posto della corretta "Siddhartha" è diffusa unicamente in Italia, in seguito a un errore (in seguito mai corretto) nella prima edizione del romanzo di Hermann Hesse.
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« Come un loto puro, meraviglioso, non è macchiato dalle acque, io non sono macchiato dal mondo » |
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(Anguttaranikāya, 2,39)
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- ^ Erich Frauwallner. The Earliest Vinaya and the Beginnings of Buddhist Literature. Roma, 1956.
- ^ Cfr. Op. cit..
- ^ André Bareau. Recherches sur la biographie du Buddha dans les Su¯trapitaka et les Vinayapitaka anciens 2 voll. Paris, 1963–1971.
- ^ Suttanipāta 693
- ^ Suttanipāta 695
- ^ Nidānakathā, il "racconto introduttivo" del libro delle rinascite, Jātaka; vedasi anche Anguttaranikāya, 3 39 e il Buddhacarita canti V e VI.
- ^ Aśvaghoṣa, Buddhacarita; Nidānakathā
- ^ Aṅguttara Nikāya III, 38; Majjhima Nikāya 26
- ^ Dīgha Nikāya, 16 2 27
- ^ Majjhima Nikāya, 26 e 36; Dīgha Nikāya, 29 16; Saṃyutta Nikāya, 35 103
- ^ Majjhima Nikāya, 12 e 36
- ^ Tuttora presente, secondo l'opinione di molti fedeli, anche se si sa, da documenti antichi, che l'albero della Bodhi oggi presente è almeno di due generazioni successive all'originale, vedasi per esempio Hans W. Schumann, Il Buddha storico
- ^ Majjhima Nikāya, 36
- ^ Mahāparinibbānasuttanta, Dīgha Nikāya, 16 II 32
- ^ Cfr. Frank E. Reynolds e Charles Hallisey in Buddha, Encyclopedia of Religion vol. 2 pag. 1061. New York, Macmillan, 2005.
- ^ Cfr. Étienne Lamotte Histoire du bouddhisme indien. Louvain, 1958, pp. 707–59.
- ^ Altre tradizioni offrono ulteriori datazioni:
- secondo la cronaca tibetana Phu-lugs, Siddhārtha Gautama sarebbe vissuto tra il 961 a.C. e l' 881 a.C.
- secondo le tradizioni giapponesi delle scuole Jodō shinshū e Nichiren shoshū, che riprendono a loro volta alcune tradizioni cinesi, Siddhārtha Gautama sarebbe vissuto tra il 1061 a.C. e il 949 a.C.
- ^ Heinz Bechert. The Date of the Buddha Reconsidered. Indologica Taurinensia 10, 1982, 29–36.
- ^ Op. cit pag. 16
- ^ in Vom Ursprung und Ziel des Geschichte. Artemis, Zurigo 1949; Piper, München 1949 (1983); trad. it., Origine e senso della storia, a cura di A. Guadagnin, Comunità, Milano, 1965, pag.20.
- ^ Op. cit. pag. 1062.
- ^ Jurgis Baltrušaitis. Moyen Âge fantastique 1955, trad. it. Il Medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell’arte gotica. Milano, Adelphi, 1993.
Bibliografia
Michael Carrithers, Buddha, Einaudi 2003: ISBN 88-06-16446-5
- Karen Armostrong, Buddha. Una Vita, Rizzoli 2002: ISBN 88-17-86951-1
- Patricia Chendi, Il Principe Siddharta, Mondadori 2001: ISBN 88-04-49075-6
- Thich Nhat Hanh, Vita di Siddhartha il Buddha. Narrata e ricostruita in base ai testi canonici pāli e cinesi, Astrolabio Ubaldini 1992: ISBN 88-340-1076-0
- Donald S. Lopez Jr., Che cos'è il Buddhismo, Astrolabio Ubaldini - Collana: Civiltà dell'Oriente - 2002.
- Maurizio Morelli, Siddhartha il Buddha, Red Edizioni 2009: ISBN 978-88-573-0079-5
Buddha
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il bodhisattva Maitreya, il futuro Buddha, rappresentato nell' Arte del Gandhāra. La mano destra era posta nel "gesto di incoraggiamento" con il palmo della mano aperto ( abhayamudrā) mentre la sinistra regge una bottiglietta ( kalaśa) contenente il nettare dell'immortalità ( amṛta kalaśa) che rappresenta il nirvāṇa.
Un Buddha (in italiano anche Budda) - sanscrito e pāli Buddha (बुद्ध); cinese Fotuo 佛陀?, pinyin Fótuó, abbreviato Fó 佛?; giapponese Butsuda (仏陀, Butsuda?) abbreviato Butsu (仏, Butsu?); coreano Bulta (불타) abbreviato Bul (불); vietnamita Phật-đà abbreviato Phật - tibetano Sangs-rgyas; è, come dice il nome, un "risvegliato" (buddha è infatti il participio passato del sanscrito budh, prendere conoscenza, svegliarsi) ed indica, secondo il Buddhismo, un essere che ha raggiunto l'illuminazione (bodhi) e in particolare il massimo grado di essa (samyaksaṃbodhi).
Un buddha, secondo le scuole che non accolgono le dottrine Mahāyāna e i relativi sutra ovvero che ritengono canonici solo gli insegnamenti contenuti negli Āgama-Nikāya, negli Abhidharma e nei Vinaya, è un essere che dopo aver trascorso diverse vite come bodhisattva si è progressivamente liberato dagli attaccamenti e dal saṃsāra conseguendo la liberazione nel corso della sua ultima vita ed è entrato nel nirvāṇa. Nonostante la liberazione dal saṃsāra egli è soggetto alla malattia, alla vecchiaia e alla morte. Il corpo fisico di un buddha è contraddistinto dai Trentadue segni maggiori (o "Trentadue caratteristiche della perfezione", sanscrito Dvātrimāśadvaralakṣaṇa) che tuttavia sono visibili solo a chi ha purificato in modo sufficiente il proprio karma. Quando un buddha muore (entra nel parinirvāṇa) non è più individuabile nel mondo ma lascia delle reliquie del suo corpo (śarīra) che divengono oggetto di venerazione in particolar modo per i praticanti laici (upāsaka) i quali per mezzo di questa pratica di venerazione acquisiscono dei meriti per le rinascite future. Ma ciò che rimane di un buddha dopo il suo parinirvāṇa è soprattutto il corpo del suo insegnamento (dharmakāya) contenuto nelle dottrine che ha tramandato e nelle raccolte dei suoi sermoni (Āgama-Nikāya). Non tutti i buddha espongono necessariamente le stesse identiche dottrine. Queste scuole oltre che riconoscere il buddha storico (Gautama Buddha), accettano la passata esistenza di buddha precedenti (vedi più avanti) e di un buddha futuro, Maitreya.
Negli insegnamenti mahāyāna il buddha storico (Gautama Buddha, qui spesso denominato come Buddha Śākyamuni) si è manifestato sulla nostra terra con il suo "Corpo di apparizione" (nirmāṇakāya); quindi, secondo queste dottrine, il Buddha Śākyamuni era già "illuminato" prima ancora di manifestarsi come tale. Il Buddha Śākyamuni, come qualsiasi altro buddha, ha completato il cammino lungo le dieci terre (bhūmi) dei bodhisattva ottenendo il corpo assoluto (dharmakāya) e, per il bene degli esseri senzienti, ha acquisito anche i "corpi della forma" (rūpakāya) che consistono del saṃbhogakāya ("Corpo della fruizione", dotato dei Trentadue segni maggiori di un Buddha, percepito tuttavia solo dai bodhisattva che hanno raggiunto le ultime tre terre) e il nirmāṇakāya (Corpo di apparizione) percepito invece da tutti esseri senzienti. I buddha appaiono quindi con il nirmāṇakāya che è un corpo di sola apparenza con cui si manifestano nei mondi dimostrando la loro illuminazione e insegnando il Dharma. Questo insegnamento si compone di "Tre giri della Ruota del Dharma" (tridharmacakra):
- il primo giro della Ruota del Dharma corrisponde agli insegnamenti delle Quattro nobili verità ed è destinato agli śrāvaka e ai pratyekabuddha dello Hīnayāna;
- il secondo giro della Ruota del Dharma corrisponde agli insegnamenti contenuti nei Prajñāpāramitā Sūtra e riguardano in particolar modo la dottrina della vacuità (śunyātā);
- il terzo giro della Ruota del Dharma corrisponde agli insegnamenti relativi al tathāgatagarbha ovvero sulla Natura-di-Buddha presente in tutti gli esseri senzienti.
Gli insegnamenti del secondo e del terzo giro della Ruota del Dharma sono riservati ai soli bodhisattva, ovvero a coloro che sono in grado di comprenderne le rispettive dottrine profonde.
La figura del Buddha, ivi compreso quello storico, va per il Mahāyāna oltre la sua presenza spazio-temporale di questo mondo. Per questa ragione il Mahāyāna e il suo successivo sviluppo, il Buddhismo Vajrayāna, hanno elaborato un complesso pantheon di Buddha cosmici (vedi più avanti). Tuttavia Paul Williams [1]nota come negli stessi insegnamenti Mahāyāna tutti questi buddha sono vuoti di esistenza intrinseca a tal punto che, citando il Ratnakūṭasūtra[2], per evitare che alcuni bodhisattva fossero prigionieri delle credenze sulla esistenza intrinseca dei Buddha, il bodhisattva della saggezza Mañjuśrī cercò di uccidere lo stesso Buddha Śākyamuni con la sua spada affilata.
Tipologie di Buddha
- Samyaksaṃbuddha (pāli: Sammāsaṃbuddha), spesso semplicemente Buddha.
- È il Buddha completo, che guadagna il bodhi con i propri sforzi comprende il Dharma senza un maestro a guidarlo nel suo cammino e poi si dedica a diffondere la conoscenza e la saggezza predicando il Dharma; nella tradizione Mahāyāna sono chiamati a volte Bodhisattvabuddha perché per raggiungere un simile livello di illuminazione essi sono dovuti rinascere numerose volte come Bodhisattva. Il Dharma può essere compreso con la "saggezza" (prajñādhika), con la "diligenza" (vīryādhika) o con la "fede" (śraddhādhika). Gautama Buddha apparteneva alla prima di queste categorie e fu quindi un Prajñādhika Buddha, mentre il Bodhisattva Maitreya diventerà un Vīryādhika Buddha.
- Pratyekabuddha (pāli: Paccekabuddha)
- È simile al precedente per il modo in cui ottiene il bodhi, ma non predica il Dharma e quindi non ha discepoli o sangha; sono a volte chiamati "Buddha Solitari" o "Buddha per sé" o "Realizzatori Solitari".
- Śrāvakabuddha (pāli: Sāvakabuddha), nel Buddhismo dei Nikāya e nel Buddhismo Theravāda Arhat (pāli: Arahant).
- È un Buddha che ha ottenuto il bodhi grazie all'insegnamento di un Samyaksaṃbuddha; è considerato inferiore ai primi due anche se, secondo i Mahāyāna e i Vajrayāna, ha la capacità di predicare il Dharma e di elevare così altri esseri al suo stesso livello. Tuttavia ogni appartenente a questa categoria deriva la sua conoscenza da un Buddha che lo ha preceduto e non può quindi esistere in tempi in cui il Dharma sia stato dimenticato, come si dice che avverrà prima dell'avvento di Maitreya, il prossimo Samyaksambuddha. A questa categoria appartengono i discepoli diretti di Gautama Buddha.
Buddha precedenti
Il Buddha Kanakamuni (拘那含牟尼佛) in un dipinto cinese del XVIII secolo.
Nella tradizione del Buddhismo dei Nikāya e nel Buddhismo Theravāda, ma anche nel Buddhismo Mahāyāna e Vajrayāna, si riconoscono sei Buddha del passato che avrebbero preceduto Gautama Buddha. Essi sono considerati tutti buddha umani (mānuṣibuddha).
- Vipaśyn (pāli Vipassi; cinese 毘婆尸 Pípóshī): Il "Buddha chiaroveggente", raggiunse l'illuminazione sotto un albero di pāṭali (bignonia suaveolens). È spesso rappresentato nell'atto di toccare la terra con ambedue le mani (bhūṃisparśa).
- Śikhin ((pāli Śikhī; cinese 尸棄 Shīqì): l'origine del suo nome viene dal nodo dei capelli (śikhā) che porta sopra la protuberanza cranica (uṣṇīṣa). Raggiungse l'illuminazione protetto da un gigantesco fiore di loto bianco (puṇdarīka). Viene rappresentato con la mano destra nel "gesto della esposizione" (vitarka) mentre la mano sinistra nel grembo ha il medio e il pollice che si toccano.
- Viśvabhuj (pāli Vessabhū; cinese 毘舍浮 Píshèfú ): "L'Onnigaudente", si illuminò sotto un albero di śāla (shorea robusta).
- Krakucchanda (pāli Kakusandha; cinese 拘留孫 Jūliúsūn): il significato del suo nome non può essere tradotto. È il primo buddha della nostro kalpa indicato come bhadra (felice) perché ospiterà ben cinque buddha (Krakucchanda, Kanakamuni, Kaśyapa, Gautama e Maitreya). Krakucchanda raggiunse l'illuminazione sotto un albero di śīriṣa (acacia sirissa).
- Kanakamuni (pāli Konagāmana; cinese 拘那含牟尼 Jūnāhánmóuní) "Saggio d'Oro", in quanto la tradizione vuole che la sua nascita fosse accolta da una pioggia d'oro. Raggiunse l'illuminazione sotto un albero di udumbara (ficus glomerata). Secondo la tradizione singalese visitò lo Sri Lanka.
- Kaśyapa (pāli Kassapa; cinese 迦葉 Jiāshě ) è l'ultimo dei buddha prima di Gautama Buddha. Nacque, secondo la tradizione, nel Bosco delle Gazzelle di Ṛṣipatana (Sārnāth) dove Gautama Buddha terrà il suo primo sermone. Raggiunse l'illuminazione sotto un albero di banyan (ficus indica).
Questi sei, più il Buddha storico (denominato Gautama Buddha o anche Buddha Śākyamuni) sono noti tradizionalmente come i Sette Buddha del passato (sanscrito: sapta-tathāgata; 過去七佛 cinese: guōqù qīfó; giapponese: kako shichibutsu; coreano: kwagŏ ch'ilbul) [3]e raffigurati collettivamente sia in ambito Mahāyāna che nella tradizione Theravāda. Talora nell'iconografia del Buddhismo Vajrayāna sono invece portati a otto, includendo così Maitreya e spostando la devozione dal passato a una dimensione atemporale. A questa lista di sei buddha antecedenti, una tradizione posteriore ne precede ulteriori 18, tutti buddha umani.
- Dīpankara (pāli Dīpankara);
- Kauṇḍinya (pāli Koṇḍañña);
- Maṃgala (pāli Maṃgala);
- Sumanas (pāli Sumana);
- Raivata (pāli Revata);
- Śobhita (pāli Sobhita);
- Anavamadarśin (pāli Anomadassi);
- Padma (pāli Paduma);
- Nārada (pāli Nārada);
- Padmottara (pāli Padumuttara);
- Sumedha (pāli Sumedha);
- Sujāta (pāli Sujāta);
- Priyadarśin (pāli Piyadassi);
- Arthadarśin (pāli Atthadassi);
- Dharmadarśin (pāli Dhammadassi);
- Siddhārtha (pāli Siddhattha);
- Tiṣya (pāli Tissa);
- Puṣya (pāli Phussa).
Buddha del futuro
Buddha cosmici
Bhaiṣajyaguru, il Buddha della medicina in una antica versione tibetana. La mano destra è posta in basso nel "gesto di accoglienza" ( varadamudrā) e tiene un ramo con il frutto del mirobàlano ( terminalia bellerica, sans. harītakī) il cui succo è un lassativo. Nella mano sinistra regge un mortaio per preparare le medicine. Viene indicato anche come Bhaisajyaguruvaidūryaprabha, "Buddha della medicina dalla luce dei lapislazzuli" per il colore della sua pelle blu intenso.
La grande statua del Buddha Amitābha (giapp. Amida Butsu), il buddha venerato dalle scuole della Terra Pura, collocata a Ushiku in Giappone. Le mani sono poste nel raigō-in (来迎印) o mudrā ( in 印) del benvenuto ( raigō 來迎). Tale gesto è attribuito al Buddha Amida quando accoglie, nella sua Terra Pura, i devoti defunti. La uṣṇīṣa (頂相 chōsō) che emerge dal capo è nella classica forma semi-circolare dell'arte sino-giapponese. Questa statua, alta 100 metri, è una delle statue più alte del mondo e fu completata nel 1995.
- Abhijñaprāpta: un nome del Buddha Sāgarabuddhidhārī.
- Ādibuddha: rappresenta la personificazione del dharmakāya ovvero il corpo assoluto di tutti i buddha. Questa dottrina compare nel X secolo nell'universita di Nālandā ed è presente nel Buddhismo Vajrayāna. In Asia orientale viene spesso identificato con Vairocana.
- Ādinātha: uno dei primi nomi con cui venne indicato l'Ādibuddha.
- Ajita: uno dei nomi del futuro buddha Maitreya.
- Akṣobhya: "Buddha immutabile"; uno dei Cinque buddha trascendenti riportati nei maṇḍala del Buddhismo Vajrayāna[4]. È il buddha del cielo d'Oriente[5].
- Amitābha: "Buddha della Luce infinita"; è il buddha trascendentale più antico, si ritiene sia la resa trascendente del Buddha Śākyamuni. Il suo culto appare fin dal II secolo d.C. Nel maṇḍala dei Cinque buddha trascendenti occupa la regione occidentale.
- Amitāyus: "Buddha della Vita infinita"; è, nella tradizione sino-giapponese, uno dei nomi del Buddha Amitābha, mentre nella tradizione tibetana è uno degli aspetti di questo buddha.
- Amoghasiddhi: "Colui che realizza gli scopi"; uno dei Cinque buddha trascendenti riportati nel maṇḍala, occupa la regione settentrionale.
- Bahularatna: uno dei nomi del Buddha Prabhūtaratna che compare nel Sutra del Loto.
- Bhaiṣajyaguru, "Buddha della medicina"; è uno dei principali Buddha del Mahāyāna. È considerato il buddha che guarisce, con la sua compassione, da ogni tipo di malattia, fisica o spirituale. Compare già nel Sutra del Loto come un bodhisattva che cura spiritualmente gli esseri senzienti con i suoi insegnamenti.
- Bhīṣmasvara: o Bhīṣma-garjita-ghoṣa-svara-rāja, uno dei Buddha che compare nel Sutra del Loto.
- Brahmadhvaja: ottavo figlio del Buddha Mahâbhijñā Jñānâbhibhū. Il suo regno cosmico è Sud-Ovest del nostro.
- Candrasūryapradīpa: "Splendore del sole e della luna"; compare nel I capitolo del Sutra del Loto.
- Dharmaprabhāsa: "Raggio del Dharma"; è un buddha che compare nel nostro universo durante il kalpa Ratnāvabhāsa nel mondo di Suviśuddha dove gli esseri non hanno alcuna differenza di genere e si nascerà in base solo alla trasformazione. È il buddha della luce.
- Divyadundubhimeganirghoṣa "Scrosciante suono del tamburo celeste"; è uno dei cinque buddha del Garbhadhātu maṇḍala dove occupa la regione settentrionale [6]. È considerato un dharmakāya di Gautama Buddha.
- Indradhvaja; settimo figlio di Mahâbhijñā Jñānâbhibhū, vive nel cielo Sud-occidentale e fu contemporaneo di Gautama Buddha.
- Jaladhara-garjita-ghoṣa-susvara-nakṣatra-rāja-saṅkusumitā-bhijña; Buddha dalla "Voce musicale del suono del tuono nelle nuvole e che possiede la reggenza delle 28 costellazioni ( nakṣatra)".
- Jāmbūnadaprabhāsa: "Luce e boato di Jambu"; è nel Sutra del Loto la rinascita buddhica del discepolo di Gautama Buddha Mahā-Kātyāyana.
- Mahâbhijñā Jñānâbhibhū: "Suprema intuizione e saggezza"; grande buddha che regnò nel mondo di Saṃbhava, durante il kalpa Mahārūpa. Trascorse dieci kalpa medi [7] in meditazione prima di divenire un buddha e si ritirò successivamente per altri 84 mila kalpa[8] durante i quali i suoi sedici figli, anch'essi buddha, continuarono la predicazione del Dharma. I sedici figli-buddha di Mahâbhijñā Jñānâbhibhū sono nell'ordine: Akṣobhya, Merukūṭa, Siṃhaghoṣa, Siṃhadhvaja, Ākāśapratiṣṭhita, Nityapaṛvrtta, Indradhvaja, Brahmadhvaja, Amitâbha, Sarvalokadhātūpadravodvegapratyuttīrna, Tamālapatra-candanagandha, Merukalpa, Meghasvara, Meghasvararāja, Sarvalokabhayastambhitatva-vidhvaṃsanakāra e Śākyamuni. Questo buddha compare nel VII capitolo del Sutra del Loto.
- Mahāvairocana: "Il grande Uno con il Sole", il grande Buddha onnisciente (sarvavid) posto al centro nei maṇḍala dell'Asia orientale. È raffigurato con la pelle bianca e, spesso, una ruota viene posta sulle sue mani, ruota che non rappresenta la Ruota del Dharma ma il disco del sole. Le mani posso anche essere poste nel bodhyagrimūdra con l'indice della mano destra avvolto dalle dita della mano sinistra come ad indicare che l'Assoluto (l'Uno) è avvolto dal molteplice (dai fenomeni).
- Merukalpa: (Kalpa di Meru) o anche Merudhvaja, vive nei mondi posti a Nord-Ovest rispetto al nostro. Figlio del Buddha Mahâbhijñā Jñānâbhibhū è citato nel VII capitolo del Sutra del Loto.
- Merukuta: (Simile al Monte Meru) vive nel mondo di Abhirati (Gioia) posto ad Oriente rispetto al nostro. Figlio del Buddha Mahâbhijñā Jñānâbhibhū è citato nel VII capitolo del Sutra del Loto.
- Padmaprabha: "Loto Splendente"; è la rinascita dello śrāvaka Śāriputra annunciata nel III capitolo del Sutra del Loto.
- Raśmiprabhāsa: "Luce Raggiante" nel campo buddhico Avabhāsaprāptā (Pieno di Luce) durante il kalpa Mahavyūha (Manifestazione trascendente); è nel Sutra del Loto la rinascita buddhica del discepolo di Gautama Buddha Mahā-Kāśyapa.
- Śaśiketu: "Luna splendente" nel campo buddhico Ratnasaṃbhava (Fatto di gioielli) durante il kalpa Ratnāvabhāsa (Luce dei gioielli); è nel Sutra del Loto la rinascita buddhica del discepolo di Gautama Buddha Subhūti.
- Siṃhaghoṣa: "Ruggito del Leone", vive nei mondi posti a Sud-Est rispetto al nostro. Figlio del Buddha Mahâbhijñā Jñānâbhibhū è citato nel VII capitolo del Sutra del Loto.
- Tamālapatracandanagandha: "Profumo di sandalo e di garcinia" del campo buddhico Manobhirāma (Delizia per la mente) durante il kalpa Ratiprapūrṇa (Ricolmo di gioia); è nel Sutra del Loto la rinascita buddhica del discepolo di Gautama Buddha Mahā-Maudgalyāyana.
Natura del Buddha
La natura di un Buddha è stata oggetto di numerose dottrine nelle varie scuole, anche riguardo la figura del Buddha storico.
Amitābha Buddha in un dipinto cinese dell'VIII secolo rinvenuto nelle Grotte di Mogao. Amitābha è rappresentato nel suo Paradiso Occidentale ( Sukhavātī) circondato da arhat e da bodhisattva. È distinguibile dalle raffigurazioni del Buddha Śākyamuni esclusivamente per il fatto che il suo corpo e avvolto nel colore rosso, il colore del tramonto ovvero dell'Occidente.
Natura umana
Secondo il buddhismo Theravāda, oltre che nelle più antiche interpretazioni, la natura di un Buddha è identica a quella di tutti gli altri esseri senzienti; il corpo del Buddha Gautama era mutevole e instabile come quella di ogni essere umano, ma egli aveva realizzato e reso manifesta la natura immutabile e perfettamente pura e priva di oscurazioni della sua Mente come dhammakāya, che è invece senza limiti e senza tempo, e il suo insegnamento è quindi definitivo.
Nel Buddhismo Mahāyāna il Buddha, nel suo kāya di Saggezza Suprema (sanscrito: dharmakāya), è al di là dell'espressione concettuale ed è la Natura Ultima o Fondamentale della propria mente nonostante le varie oscurazioni che coprono questa natura e ha la caratteristica della permanenza; nel Sutra del Loto, messo per iscritto almeno cinquecento anni dopo la morte del Buddha Gautama, si dice che il Gautama abbia ottenuto l'Illuminazione innumerevoli kalpa prima e che la sua vita sia senza fine (Natura Permanente e non-composta); questo è un punto fondamentale della dottrina Mahāyāna e nel Tathāgatagarbhasūtra si dice che non comprendere questo concetto sia un grave ostacolo all'ottenimento della bodhi.
Natura-di-Buddha
In molte scuole di derivazione Mahāyāna ogni essere senziente (sanscrito: sattva) è permeato dalla Natura di Buddha (sanscrito: tathāgatagarbha o sugatagarbha o buddhagarbha), una potenzialità innata e permanente che può manifestarsi nella realizzazione della Buddhità, cioè si diventa un Buddha come conseguenza delle condizioni necessarie e favorevoli. Ogni essere senziente, quindi, è dotato naturalmente della Natura di Buddha e su tale base potrebbe effettivamente diventare un Buddha sotto la Guida di un buddha o di un guru qualificato, ma questo non è dato per scontato in quanto, se uno non prende Rifugio nei Tre Gioielli (Buddha, Dharma e Saṃgha) e se non pratica appropriatamente, non avrà occasione di diventarlo né di liberarsi dal Saṃsāra.
I Corpi del Buddha
I Trentadue segni maggiori di un Buddha
I dieci poteri di un Buddha
Tutte le scuole buddhiste attribuiscono ai buddha, oltre che i Trentadue segni maggiori, anche dieci poteri denominati:
- in sanscrito daśa-balāni;
- in pāli dasa-balāni;
- in cinese 十力 shílì;
- in coreano 십력 simnyeok o simnyŏk;
- in giapponese 十力 jūriki;
- in vietnamita thập lực;
- in tibetano stobs bcu.
Questi dieci poteri consisterebbero in:
- sthānāsthāna-jñāna-bala: potere di distinguere i fatti reali dalle illusioni;
- karma-vipāka-jñāna-bala: potere di conoscere gli effetti del karma;
- nānādhimukti-jñāna-bala: potere di conoscere i rispettivi desideri e aspirazioni degli esseri senzienti;
- nānā-dhātu-jñāna-bala: potere di conoscere i differenti temperamenti degli esseri senzienti;
- indriya-parāpara-jñāna-bala: potere di conoscere le capacità intellettive dei differenti esseri senzienti;
- sarvatra-gāminī-pratipaj-jñāna-bala: potere di conoscere le vie e gli obiettivi delle pratiche;
- dhyāna-vimokṣa-samādhi-samāpatti-jñāna-bala: potere di conoscere tutte le pratiche di liberazione, di meditazione e di assorbimento;
- pūrve-nivāsānusmṛti-jñāna-bala: potere di conoscere le esistenze precedenti;
- cyuty-upapatti-jñāna-bala: potere di conoscere la morte e le rinascite degli esseri senzienti;
- āsrava-kṣaya-jñāna-bala: potere di conoscere come si realizza l'estinzione delle contaminazioni e degli attaccamenti.
Note
- ^ Cfr. Paul Williams. Buddhismo Mahayana. Roma, Ubaldini, 1990, pag. 194-5.
- ^ Conservato nel Canone buddhista cinese nel Bǎojībù.
- ^ Nel Canone buddhista cinese questa tradizione è presente, tra gli altri, nel:
- Dīrghâgama (長阿含經 Cháng āhán jīng);
- Mahâvadāna-sūtra (七佛父母姓字經 Qīfó fùmǔ xìngzì jīng).
- ^ I cinque buddha trascendenti sono: Vairocana, Akṣobhya, Ratnasaṃbhava, Amitābha e Amoghasiddhi.
- ^ Da tener presente che il nostro Nord è considerato nei maṇḍala indiani e nepalesi come Est, mentre in quelli tibetani come Ovest.
- ^ Quindi è posto ad Ovest.
- ^ La durata di un kalpa medio è di 320 miliardi di anni.
- ^ Un kalpa corrisponde a 16 milioni di anni.
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